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Mariano Sanz

Ne parla così della sua professione Mariano Sanz, professore di Parodontologia e Preside della Facoltà di Odontologia presso l’Universidad Complutense de Madrid. Figlio d’arte, ha iniziato ad amare la parodontologia, racconta, dopo avere curato alcune traduzioni per il professor Michael G. Newman, di cui è divenuto poi allievo.

Mariano Sanz è medico di formazione. Dopo la specializzazione in Stomatologia conseguita a Madrid, si è recato a Los Angeles, alla University of California dove ha ultimato i suoi studi in Parodontologia. Di questa disciplina è divenuto docente alla Universidad Complutense de Madrid, dove ora è preside della facoltà di Odontologia e direttore del Programma Post Laurea «Master in Parodontologia». Ex Segretario Generale della Federazione Europea di Parodontologia (EFP) ed ex Presidente della Società Spagnola di Parodontologia (SEPA), Sanz è Consigliere e Membro del Consiglio Regionale dell’Associazione Internazionale per la Ricerca Dentale (IADR-CED), Direttore Associato dei giornali scientifici Evidence-Based Dental Practice e Journal of Clinical Periodontology, nonché membro del Comitato di Redazione di numerose riviste scientifiche: Journal of Periodontal Research, Clinical Oral Implant Research, Journal of Dental Research, Oral Diseases, Clinical Oral Investigations e Journal de Parodontologie.

Ha pubblicato oltre 150 articoli e curato capitoli all’interno di pubblicazioni di Parodontologia, Implantologia ed Educazione Dentale.

Prof. Sanz, a quando risale il suo incontro con l’odontoiatria? 

Il mio interesse per l’odontoiatria non è stato un amore a prima vista. Di fatto conoscevo bene questa professione, visto che mio padre era un rinomato medico dentista e un accademico della Scuola di Stomatologia presso l’Università Complutense di Madrid. Non ancora terminati gli studi di medicina, decisi che sarei diventato un chirurgo, così mi iscrissi a un corso residenziale di chirurgia maxillofacciale presso un ospedale di Madrid. Al tempo stesso, però, avevo già iniziato a frequentare anche la Scuola di Stomatologia, i cui corsi erano partiti sei mesi prima. Mi trovai così bene che proseguii in questa direzione.

E la passione per la paradontologia, invece, com’è nata?

Iniziai a interessarmi di parodontologia ancor prima di entrare alla Scuola di Odontoiatria. Durante il mio ultimo anno di Medicina, come lavoro part-time eseguivo traduzioni a Madrid. Mi capitò un corso di parodontologia del Prof. Michael G. Newman della University of California di Los Angeles (UCLA). Rimasi affascinato dalla biologia coinvolta nella parodontologia, in particolare dal ruolo dei batteri orali, oltre che dalla ricerca del Prof. Newman e dalle sue pubblicazioni. Dopo la traduzione, rimasi in contatto con il professore, una figura che col tempo divenne fondamentale per la mia formazione: durante la mia specializzazione in Parodontologia alla UCLA, Newman fu il mio maestro, ma anche il mio miglior amico.

Che beneficio ha tratto l’odontoiatria dalla ricerca in questo settore?

La parodontologia copre molte aree della ricerca, dalle science di base, come la microbiologia, l’immunologia e la patologia, alle science cliniche e chirurgiche. Da un lato le scoperte sull’eziologia e sulla patogenesi delle malattie parodontali hanno aiutato la comunità scientifica a comprendere la struttura e la fisiologia dei biofilm orali, con lo studio della placca dentaria, e a capire il complesso processo dell’infiammazione cronica tramite lo studio delle interazioni dei batteri ospiti presenti nelle parodontiti. Inoltre, le recenti scoperte sulle correlazioni tra parodontiti e altre patologie sistemiche, come le malattie cardiovascolari o il diabete, stanno aiutando la comunità scientifica a comprendere il ruolo delle infiammazioni sistemiche nella patogenesi di queste condizioni sistemiche che, come nel caso delle malattie cardiovascolari, rappresentano la causa principale dei decessi nel nostro mondo sviluppato. D’altro canto, gli studi sulla rigenerazione parodontale, sia attraverso l’impiego di rigenerazione programmata del tessuto, sia mediante l’uso di mediatori biologici, hanno creato la base scientifica per la maggior parte delle tecniche chirurgiche attualmente adottate per la rigenerazione dell’osso mascellare nell’implantologia odontoiatrica.

Quali sono le sfide future?       

Abbiamo fatto passi avanti nella comprensione dell’ezio-patogenesi delle parodontiti. Oggi conosciamo meglio i meccanismi specifici utilizzati dai batteri più virulenti del biofilm sub-gengivale, insieme al meccanismo molecolare di risposta locale e sistematica, responsabile delle distruzione del tessuto. Abbiamo più nozioni sull’influenza che un’infiammazione locale può avere su altre parti del corpo. Comprendendo meglio questi meccanismi, dovremmo essere in grado di sviluppare terapie anti-microbiche capaci di prevenire la colonizzazione batterica e cure che a questo punto non controllerebbero più soltanto l’infiammazione cronica locale, ma anche l’infiammazione sistemica conseguente. Abbiamo progredito nella comprensione dei meccanismi profondi legati alla guarigione delle ferite, sia a livello cellulare che molecolare. Questa conoscenza sta permettendo lo sviluppo di un approccio di ingegneria tissutale grazie alla quale, con l’uso di legamenti parodontali derivanti dalle cellule staminali e da ponteggi appropriati, saremo presto in grado di predire la rigenerazione dell’apparato parodontale di una giuntura mancante. Arrivati a questo punto, la perdita di un dente diventerà un evento raro.

Rispetto ad altri Paesi europei, come si posiziona la Spagna nella classifica generale e con quali peculiarità?

In Spagna il sistema di formazione in ambito odontoiatrico è simile alla maggior parte dei Paesi europei. Abbiamo appena introdotto un’importante e ambiziosa riforma del nostro piano di studi con lo scopo di avvicinarci al gruppo di Bologna. Il nuovo programma educativo beneficerà del progresso delle scienze orali e delle tecnologie dentali e, a mio avviso, permetterà al futuro laureato una migliore preparazione per lavorare in un mondo professionale che è in continua evoluzione. Malgrado ciò, la nostra professione in Spagna soffre per la presenza di un numero eccessivo di laureati. L’avvento delle scuole private, prive di numero chiuso, sta creando un’offerta eccessiva di professionisti con tutte le conseguenze del caso: difficoltà di inserimento per i giovani nel mondo del lavoro, problemi derivanti da un’odontoiatria poco qualificata praticata da giovani dentisti sotto pagati. In Spagna il servizio sanitario nazionale non include l’odontoiatria, eccezione fatta per le cure destinate ai bambini e per le emergenze. Dunque la professione è principalmente regolata dalle forze del mercato che creano importanti squilibri che solitamente colpiscono i soggetti meno protetti, vale a dire i pazienti e i giovani dentisti.

Com’è considerata, invece, l’odontoiatria italiana sullo scenario internazionale?

Negli ultimi anni ho avuto molte occasioni di visitare l’Italia e di conoscere l’odontoiatria italiana. Dall’estero si nota spesso come la vostra odontoiatria sia caratterizzata dai suoi estremi. In Italia ci sono alcuni dei migliori professionisti che tengono conferenze in tutto il mondo e nello stesso tempo ci sono anche molti professionisti volenterosi di apprendere e di partecipare a continui corsi istruttivi perché non si sentono ben preparati. L’Italia ha accademici e ricercatori eccezionali, ma, in generale, le accademie odontoiatriche italiane non vantano un’influenza importante in Europa. Rispetto all’industria dentale, invece, i prodotti italiani sono tenuti in alta considerazione, sia in termini di qualità, sia rispetto al design e alla loro funzionalità.

Come evolverà, più in generale, a suo avviso, l’odontoiatria nei prossimi anni?

Nel futuro le persone arriveranno in età sempre più avanzata con i propri denti. Le conoscenze sulle relazioni esistenti tra le infezioni del cavo orale e le malattie sistemiche cresceranno. Questi due fattori insieme daranno vita a un’odontoiatria più legata alla medicina e il ruolo della prevenzione, nonché degli interventi minimali, aumenterà. La speranza è che la scienza ci condurrà a terapie per la rigenerazione dei tessuti, che si potrà prevenire la perdita dei denti, così da poter preservare la dentatura naturale per la vita.

Qual è il messaggio ai giovani odontoiatri italiani e il suo auspicio per il futuro?

I dentisti italiani non sono diversi dai giovani dentisti del resto d’Europa. Tutti sono alla ricerca della propria strada, alcuni la cercheranno nella specializzazione, altri nell’odontoiatria generalista, altri nei servizi per la comunità e altri ancora nel mondo accademico. Per ciascuna di queste strade, nel mondo competitivo in cui viviamo, dedizione e ricerca dell’eccellenza dovranno occupare il primo posto. Le università dovranno divenire centri di alta qualità anche per la formazione post-laurea e per l’educazione continua. La società in generale dovrà assicurare la qualità di queste condizioni.

Per concludere, professor Sanz, se non avesse intrapreso la carriera che l’ha portata sin qui, di cosa le sarebbe piaciuto occuparsi nella vita?

Credo che ognuno debba trovare il senso dei propri propositi. Passiamo la maggior parte della nostra vita a lavorare: per questo dobbiamo cercare di farlo bene, con passione e con consapevolezza, così da poter migliorare ogni giorno. Adottando questa filosofia, non importa realmente se ci si occupi di odontoiatria, di legge o di ingegneria. Nel mio caso, data la mia passione per l’insegnamento e la ricerca, anche se non avessi seguito gli studi in ambito odontoiatrico, avrei trovato comunque un settore d’interesse dove potere sviluppare la mia attività.

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