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Uno dei padri delle superfici SLA, Daniel Buser, Direttore del Dipartimento di Chirurgia Orale e Stomatologica dell’Università di Berna, nonché presidente dell’ITI, racconta la sua esperienza professionale e spiega come sarà l’odontoiatria di domani, incentrata sulla prevenzione ma anche sul lavoro di squadra.

Considerato uno dei principali esponenti dell’implantologia, Daniel Buser, nato nel 1954 a Olten, in Svizzera, si è formato a Berna, dove, dopo la laurea in Odontoiatria, ha conseguito la specializzazione in Chirurgia Orale e Stomatologica. Ha trascorso alcuni anni all’estero, prima a Boston, all’Harvard School of  Dental Medicine, poi a Dallas, al Baylor College of  Dentistry.  Direttore del Dipartimento di Chirurgia Orale e Stomatologica dell’Università di Berna, Daniel Buser è l’attuale presidente dell’ITI, l’International Team of Implantology, di cui è divenuto socio attivo nel 1981. Autore e co-autore di oltre 250 pubblicazioni incentrate sull’implantologia, in questi anni si è dedicato alle problematiche legate all’osteointegrazione, alla rigenerazione ossea, nonché allo studio delle superfici degli impianti. Insieme a Robert Schenk e a Sam Steinemann ha ideato le superfici SLA. Socio delle più importanti società scientifiche, nonché membro del board editoriale di numerose riviste scientifiche del settore implantologico, Daniel Buser in questi anni  è stato insignito di numerosi riconoscimenti, come il Premio André Schroeder (1995) dall’ITI, l’Osseointegration Foundation Research Award (1996 e 2007) dall’Academy of Osseointegration, l’Honorary Membership Award (1997) dall’American Academy of Periodontology e il Daniel M. Laskin Award (1997) dall’American Association of Oral and Maxillofacial Surgeons. Lo abbiamo incontrato. Ecco la sua storia e le sue previsioni per il futuro.

Professor Buser, quando ha scoperto la sua passione per l’odontoiatria?

In realtà la scoprii per caso all’inizio del 1975, quando il padre della mia fidanzata di allora si accorse che avevo talento per le attività manuali. Mi incoraggiò a studiare Odontoiatria. Questa proposta mi affascinò immediatamente, anche perché mi piaceva l’idea di poter combinare il lavoro manuale con un’attività che richiedesse anche l’uso del cervello.

E l’implantologia, invece, com’è entrata nella sua vita?

All’inizio degli anni ’80, grazie al professor André Schroeder, mio insegnante all’università, ma anche mentore e consigliere. A quel tempo André Schroeder era professore e presidente del corso di laurea in Odontoiatria all’Università di Berna, oltre che presidente dell’ITI. Il mio primo trattamento implantologico lo eseguii nel 1983. Mi consigliavo sempre con lui, mostrandogli poi anche i risultati degli interventi. Evidentemente era compiaciuto degli esiti dei miei trattamenti, tanto che nel 1985 mi incoraggiò a restare in Università e a concentrarmi sull’implantologia. Mi diceva che questa disciplina avrebbe cambiato completamente l’odontoiatria e avrebbe iniziato ad avere un ruolo importante nel futuro. Aveva ragione al 100%!

Quali benefici ha avuto l’odontoiatria dall’International Team of Implantology?

Quando iniziai a frequentare l’ITI, nel 1983, vidi subito il grande potenziale di questo sorprendente gruppo costituito dai massimi esperti di implantologia. A quel tempo c’erano meno di 50 soci ITI, ma già allora all’interno dell’associazione si potevano trovare competenze in ogni campo rivelante dell’implantologia. Il professor  Schroeder mi aprì le porte per entrare in contatto con queste grandi personalità dell’odontoiatria, come il professor Robert Schenk specialista nelle istologie ossee o il professor Sam Steinemann come esperto di metallurgia. Con entrambi, iniziammo i nostri progetti di ricerca sulla tecnologia delle superfici che portarono all’ideazione della superficie SLA!

Qual è la filosofia dei trattamenti guida ITI?

Le Treatment Guide Series (TG) sono iniziate nel 2004, nel 2006, invece, sono state individuate le prime indicazioni sui trattamenti risultati poi fallaci. Da allora ITI ha editato una pubblicazione periodica sulle TG, tranne che nel 2009, quando pubblicammo invece il SAC Book. A oggi, le TG ITI sono disponibili in otto lingue, tra cui l’italiano, poiché abbiamo capito che le nostre raccomandazioni cliniche devono essere disponibili nella lingua parlata dai membri dell’ITI. Ogni TG affronta una specifica situazione o un problema clinico seguendo i dettami dell’evidence-based, dato che è sempre previsto un capitolo che riporta anche la letteratura più rilevante sull’argomento trattato. La prima TG, ad esempio, affronta il problema della sostituzione del singolo dente nella zona estetica, la quinta, invece, presenta tutti gli aspetti più rilevanti delle procedure di rialzo del pavimento del seno mascellare.

Cosa sono gli Study Clubs di ITI e quali vantaggi offrono agli odontoiatri? 

Sono piccoli gruppi di studio dove il contenuto educativo è combinato alla discussione interattiva tra i colleghi. I membri di questi study clubs possono trarre vantaggio in tre modi diversi: 1) nell’imparare come trattare con successo un paziente che necessita di un impianto, 2) nell’aggiornarsi sui più recenti sviluppi dell’implantologia e 3) nell’apprendere uno dall’altro come affrontare o evitare le complicanze della terapia implantologica. Oggi ITI conta oltre 650 Study Clubs sparsi in tutto il mondo. Il fine è avere, in ogni gruppo di studio, dai 20 ai 30 membri, con l’obiettivo di offrire dai tre ai quattro eventi all’anno della durata approssimativa di 3 ore ciascuno.

Ci sono novità riguardo i prossimi Congressi ITI e l’ITI World Symposium?

Attualmente ITI è la principale associazione mondiale anche nell’ambito della formazione implantologica. Lo scorso anno abbiamo ospitato 14 congressi, quest’anno altri 12. Appuntamenti che seguono tutti le stesse linee guida basate sull’alta qualità, dei programmi scientifici, ma anche delle sedi congressuali prescelte. In aggiunta, attualmente proponiamo anche una fiera per le aziende che risulta molto attraente per i partecipanti. Nell’aprile del 2014 organizzeremo ancora l’ITI World Symposium, in Svizzera, a Ginevra: per l’occasione ci aspettiamo oltre 5 mila partecipanti. Dopo il World Symposium continueremo a organizzare congressi nazionali e regionali. Tuttavia, crediamo che la frequenza debba essere regolata, poiché la qualità conta più della quantità. Con questa filosofia, in futuro ITI proporrà circa 8-10 congressi all’anno.

Come cambierà, a suo avviso, l’odontoiatria in generale nei prossimi anni?

L’odontoiatria di domani sarà costituita principalmente da giovani, più del 50% di essi saranno donne che lavoreranno part-time in cliniche odontoiatriche, con numerosi professionisti che opereranno all’interno della medesima equipe. I sistemi Cad-Cam domineranno il campo dell’odontoiatria restaurativa. La chirurgia implantare richiederà ancora operatori con piene capacità ed esperienza e spero che solo il 20-30% degli odontoiatri eseguirà la chirurgia implantare, ma anche che tutti saranno ben formati e con una buona esperienza. Questo incrementerebbe chiaramente la qualità dei trattamenti di odontoiatria implantare. Per quanto riguarda la prevenzione, infine, continuerà ad avere un ruolo importante nell’odontoiatria.

Quali suggerimenti darebbe a un giovane odontoiatra italiano e a chi invece ha qualche anno di esperienza alle spalle nell’ambito dell’implantologia?

Ai giovani colleghi ho sempre raccomandato di puntare a un’eccellente formazione post laurea prima di iniziare a lavorare in uno studio privato. Ho anche sempre consigliato di operare all’interno di un gruppo, insieme ad altri colleghi, poiché questo è un contesto molto più interessante. Ai colleghi con più esperienza, invece, ho da sempre raccomandato di impegnarsi nel documentare in modo accurato, attraverso protocolli di trattamento, i loro risultati terapeutici. Ma anche di non seguire gli orientamenti troppo facili e veloci, poiché la storia ha mostrato chiaramente che molte di queste idee negli ultimi dieci anni non si sono dimostrate sostenibili. Si tratta di soluzioni spesso guidate dal marketing, dalle aziende o dagli odontoiatri stessi.

Per concludere, se non avesse scelto la strada che l’ha condotta sin qui, cos’altro le sarebbe piaciuto fare nella vita?

Oltre a una certa abilità manuale, quella che come ho detto mi ha convinto a scegliere la strada dell’odontoiatria, ho da sempre, per così dire, anche un certo talento nella direzione e nella conduzione delle persone. Nel mio lavoro ho imparato a gestire un dipartimento con settanta collaboratori. Così, posso immaginare che sarei potuto diventato un manager di successo in qualche azienda: di certo però non un bancario, né un assicuratore.

 

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