Nonostante anni di richiami alla prevenzione, migliaia di bambini vulnerabili continuano a rimanere esclusi dalle cure odontoiatriche essenziali. Lo conferma anche l’ultimo confronto tra università, ospedali e servizi territoriali riuniti al Congresso Interregionale SIOI, che ha evidenziato una realtà frammentata e incapace di rispondere ai bisogni dei bambini più a rischio.
Le fragilità sociali e sanitarie non trovano risposta in sistemi regionali disomogenei, privi di un modello uniforme di governance e con una presenza insufficiente di odontoiatri pediatrici nelle ASL. Il risultato è un’Italia a più velocità dove, proprio nei territori con maggior bisogno, i bambini più esposti continuano a essere quelli meno assistiti.
Con il professor Domenico Tripodi, professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze Mediche, Orali e Biotecnologiche dell’Università degli Studi “G. D’Annunzio” Chieti-Pescara, dove ricopre anche il ruolo di Direttore della Scuola di Specializzazione in Odontoiatria Pediatrica, approfondiamo nodi irrisolti e prospettive concrete per una riforma della prevenzione odontoiatrica pediatrica.

Professor Tripodi, quali sono le principali criticità che impediscono un accesso equo alle cure odontoiatriche pediatriche nella sanità pubblica?
Domenico Tripodi, professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze Mediche, Orali e Biotecnologiche dell’Università degli Studi “G. D’Annunzio” Chieti-Pescara, dove è anche Direttore della Scuola di Specializzazione in Odontoiatria Pediatrica

Il primo problema è il modello organizzativo delle ASL. Le strutture realmente attrezzate per l’odontoiatria pediatrica sono poche e tra gli operatori in servizio la percentuale di specialisti in Odontoiatria Pediatrica  è inferiore all’1%: questo rende difficile prendersi cura non solo dei bambini vulnerabili, ma anche di quelli sani che avrebbero bisogno di una prevenzione costante. Le ASL devono accogliere tutti i pazienti, ma le risorse non sono proporzionate alla domanda e le liste di attesa sono spesso molto lunghe. A complicare il quadro c’è la frammentazione regionale: il SSN è unico, ma l’organizzazione dell’odontoiatria pediatrica è demandata alle Regioni, ciascuna libera di assicurare gli accessi basandosi su criteri propri. Il risultato è un sistema disomogeneo, a macchia di leopardo, con Regioni molto virtuose e altre quasi prive di servizi in ambito odontoiatrico.

Le statistiche ci dicono che oltre il 56% dei bambini vulnerabili non riceve adeguata assistenza odontoiatrica. Cosa si può fare subito?

La priorità assoluta è informare le famiglie e formare professionisti competenti in odontoiatria pediatrica preventiva per inserirli nelle ASL. Come Direttore della Scuola di Specializzazione dell’Università di Chieti contribuisco a formare specialisti che si occuperanno di prevenzione e cura, ma da soli non bastano: dobbiamo continuare a promuovere la cultura preventiva. Di fatto, il servizio pubblico gestisce soprattutto le urgenze: per i non aventi diritto per i criteri definiti dai LEA, si elimina il dolore risolvendo l’urgenza, ma non si può completare il percorso terapeutico.
Le cure non si esauriscono con otturazioni, devitalizzazioni o estrazioni: occorre ripristinare la funzione masticatoria, realizzare dispositivi riabilitativi, ambiti che spesso nelle strutture pubbliche non vengono garantiti.
Questo fa sì che i bambini ricevano solo una parte della cura, senza poter tornare a uno stato di salute orale completo. Inoltre, un dente rimosso troppo presto ha conseguenze importanti sulla crescita, la funzione masticatoria, la qualità di vita e le future malocclusioni. Con una spesa minima, si potrebbero evitare anni di future riabilitazioni.

Quale modello considera più efficace per garantire una presa in carico precoce e continua del bambino?

Sul piano della prevenzione, gli esempi migliori vengono da esperienze territoriali, come i programmi di screening, che in molte Regioni sono stati purtroppo sospesi perchè troppo onerosi. Un modello promettente è quello sperimentato in Emilia-Romagna, dove l’AUSL della Romagna ha collaborato direttamente con l’Università di Chieti per attivare percorsi di odontoiatria pediatrica specialistica. Attualmente sono state attivate sale operatorie e ambulatori  odontoiatrici pediatrici  adatti ad intervenire sui bambini vulnerabili. Questa interazione tra territorio, ospedale e formazione accademica permette di intercettare precocemente i bisogni e di condividere protocolli e competenze, inserendo specialisti formati nei contesti pubblici.
Accanto agli aspetti organizzativi, resta un nodo culturale profondo: la prevenzione odontoiatrica pediatrica non è ancora riconosciuta come un investimento strategico, bensì come un costo, e questo orienta scelte, budget e priorità. Inoltre, la recente normativa sui concorsi ha eliminato la priorità per gli specialisti, rendendo la specializzazione in odontoiatria pediatrica non distintiva e complicando il reclutamento di figure realmente preparate.

Davvero la prevenzione costa così tanto?

Servono tecnologie e strumenti idonei, che spesso comportano investimenti economici consistenti, ma questo si scontra con la carenza di fondi disponibili. Negli ultimi due anni, dopo il Covid, il costo dei materiali è aumentato, ma i budget no, perchè i bilanci delle ASL sono storicizzati e sostanzialmente invariati.
Questo significa che, una volta esaurito il budget, non è possibile curare altri pazienti, che devono essere rimandati ad appuntamenti molto dilazionati nel tempo. L’obiettivo è ottenere il meglio possibile con le risorse a disposizione.

Quali sono le figure professionali a suo avviso indispensabili?

Oltre all’odontoiatra pediatrico, è necessaria una presenza proporzionale di igienisti dentali, per il loro ruolo fondamentale nella prevenzione. Non dimentichiamo poi il pediatra di libera scelta, che accompagna i bambini lungo tutto il percorso di crescita e, per questo, dovrebbe essere la prima sentinella anche della loro salute orale.
Il bilancio di salute odontoiatrico dovrebbe rientrare a pieno titolo nella valutazione periodica del bambino, eppure oggi la comunicazione tra pediatri e odontoiatri è ancora limitata.
Non tutte le scuole di specializzazione in pediatria prevedono la presenza strutturata di un odontoiatra, e questo genera un divario formativo che stiamo cercando di colmare. La SIOI si occupa di fornire informazioni scientifiche, organizzare congressi e sensibilizzare sia gli odontoiatri sia le università e gli specialisti del settore pediatrico. Stiamo lavorando per creare un dialogo più costante e strumenti condivisi che aiutino il pediatra a intercettare precocemente i segnali di rischio e orientare le famiglie verso percorsi odontoiatrici adeguati.

In un sistema ancora orientato alla “cura tardiva”, qual è la misura più concreta e realistica per trasformare la prevenzione in un atto clinico continuativo?

Serve una strategia che integri prevenzione clinica, educazione e presa in carico continuativa. Una volta affrontata la patologia acuta, manca una regia che assicuri continuità assistenziale al bambino. È lì che si gioca la prevenzione vera.
I professionisti privati, inclusi i pediatri, dovrebbero dialogare con il servizio pubblico per segnalare situazioni di fragilità economica che richiedono tutela, creando un circuito di protezione reale per i bambini vulnerabili. La SIOI, attraverso congressi e aggiornamento scientifico, cerca di colmare il divario informativo, ma senza una riforma nazionale la situazione resta disomogenea.

E la famiglia?

Un nodo cruciale della prevenzione emerge già in gravidanza e nei primi mesi di vita, quando si gettano le basi della futura salute orale del bambino. All’Università di Chieti è stato avviato, in collaborazione con la ASL di Pescara, un progetto dedicato alle donne in gravidanza con visite programmate nel primo, secondo e terzo trimestre e counseling per informare le gestanti su rischi e comportamenti protettivi in modo che siano preparate alla gestione della salute orale del bambino.
La prevenzione dovrebbe iniziare addirittura un anno prima del concepimento, in cui la futura mamma dovrebbe seguire una vera e propria preparazione che includa dieta, igiene e controlli regolari e attività motoria.
Persistono tuttavia gravi lacune informative: molte madri non ricevono indicazioni corrette sull’allattamento e sui rischi del contatto prolungato tra latte e liquidi zuccherini con le gengive e i primi dentini, fattori chiave nella colonizzazione batterica che precede la carie.
Questi aspetti, ancora oggi trascurati, evidenziano la necessità di un percorso strutturato che includa gravidanza, puerperio e prime fasi dell’alimentazione dei bambini. Solo così la prevenzione odontoiatrica può diventare davvero efficace e continuativa.

Odontoiatria pediatrica: l’Italia non è al passo sulla prevenzione - Ultima modifica: 2026-04-13T14:47:05+02:00 da Paola Brambilla
Odontoiatria pediatrica: l’Italia non è al passo sulla prevenzione - Ultima modifica: 2026-04-13T14:47:05+02:00 da Paola Brambilla