Questa breve riflessione si rivolge, prima di tutto, ai giovani odontoiatri: a chi ha appena aperto uno studio tutto suo o in società con uno o più colleghi e a chi coltiva il desiderio di farlo; a chi si trova in quella fase cruciale in cui entusiasmo e passione si intrecciano a timori, dubbi e senso di inadeguatezza. Per alcuni, oggi, mettersi in proprio sembra una follia. Ma se osserviamo con più attenzione i segnali della società, potremmo accorgerci che non solo è ancora possibile, ma in certi casi può essere la scelta più sensata e adatta ai tempi. L’intento di queste note è proporre uno sguardo più lucido e propositivo, capace di restituire fiducia a chi vuole provarci. Perché, a ben vedere, non si può affermare che la libera professione odontoiatrica sia al tramonto. Anzi.
Una profezia interessata
Negli ultimi anni, anche per effetto dell’azione di soggetti interessati a spianare la strada a modelli commerciali dell’odontoiatria – dove il dentista ha un ruolo esecutivo, subordinato all’organizzazione d’impresa – si sono fatte sempre più insistenti alcune narrazioni secondo cui la libera professione individuale sarebbe destinata a scomparire. Secondo questa visione, il futuro dell’odontoiatria sarebbe nelle mani di grandi strutture, cliniche multisede, catene organizzate e investitori esterni. Al dentista, in questo scenario, non resterebbe che scegliere se lavorare come dipendente, come collaboratore a partita IVA o, al massimo, come socio in contesti già strutturati. Si tratta, a ben vedere, di una previsione non supportata da dati reali, quanto piuttosto da una visione strategica portata avanti da chi ha tutto l’interesse a favorire un modello “industriale” del settore. Una visione che si autoalimenta anche attraverso strumenti apparentemente oggettivi: webinar, convegni, modelli standardizzati, offerte formative preconfezionate, spesso orientate a indirizzare chi vi partecipa a scelte imprenditoriali anziché professionali, a tutto vantaggio di chi le promuove e ispira. Una visione, magari, sostenuta proprio da chi, per tenere in piedi le sue aziende, abbisogna di un ricambio frequente di odontoiatri e personale che, se fossero più impegnati nei loro studi individuali, verrebbe a mancargli. I numeri – ad esempio quelli dell’Agenzia delle Entrate – non confermano in effetti un abbandono della libera professione, né tanto meno un crollo del modello individuale o associato. Certo, negli ultimi anni si è assistito a un incremento significativo delle società di capitali operanti in ambito odontoiatrico, pur restando minoranza nel complesso degli esercenti l’odontoiatria, stimabile nel 10% dei soggetti, ma si tratta in non piccola parte di realtà gestite direttamente da dentisti, replicando dunque in forma societaria la classica struttura dello studio.
In altre parole, la forma giuridica di esercizio muta, ma il modello organizzativo di riferimento è rimasto quello della libera professione: uno studio costruito sulla relazione fiduciaria, sulla responsabilità diretta, sul lavoro clinico svolto da chi lo progetta e lo conduce. Ecco perché, forse, è il momento di rimettere in discussione certe profezie di declino e tornare a riflettere sul valore, la sostenibilità e la modernità del lavoro autonomo odontoiatrico di tipo professionale.
La crisi è una livella
Le narrazioni sulla presunta “fine” della libera professione tradizionale sono state spesso alimentate anche dal confronto – ritenuto impari – con le grandi strutture organizzate come imprese commerciali. Si è sostenuto che solo le realtà con forte capitale, grande tecnologia e potenza pubblicitaria potevano sopravvivere. Ma oggi, proprio in un momento di incertezza economica generale, di cui non si intravede una rapida fine, questa previsione mostra crepe evidenti. In silenzio, e senza che nessuno ci tenga troppo a sottolinearlo, si moltiplicano i segnali di difficoltà tra le strutture organizzate in forma d’impresa, soprattutto dove sono presenti soci o investitori “laici”, non dentisti. Le cronache locali e le segnalazioni tra colleghi parlano sempre più spesso di cliniche in crisi, sedi chiuse, difficoltà a rispettare gli impegni economici, riduzione del personale. Non si tratta solo di singoli casi isolati, ma del possibile sintomo di un modello organizzativo che, in questa fase storica, mostra i suoi limiti strutturali.
La crisi, in fondo, è una livella: riduce i margini per tutti, ma mette particolarmente sotto pressione chi ha molti costi fissi, come grandi spazi in affitto, personale numeroso, rate di leasing importanti e un costante bisogno di nuovi pazienti in grande quantità. A questo si aggiunge l’altissima dipendenza dalla pubblicità, con investimenti crescenti per mantenere visibilità e generare flussi: una strategia che, quando la domanda rallenta, si trasforma in una zavorra. In questi contesti, il margine economico rischia di sparire, e con esso la sostenibilità stessa del progetto imprenditoriale. Il paziente non è più disposto ad accettare cure standardizzate o di essere trattato da operatori sempre diversi, il personale fatica a trovare motivazioni, gli amministratori si trovano a dover tagliare sempre di più. Non è raro scoprire che, dietro le immagini rassicuranti, si nascondono incertezze gestionali profonde. Questo non significa che il modello commerciale sia da condannare, ma forse, in questo momento storico, non è così vincente come si era portati a credere. Soprattutto, non è vero che i professionisti autonomi, che lavorano in proprio o in piccoli studi associati, siano destinati all’estinzione. Al contrario, potrebbero essere proprio loro – per la loro snellezza, la loro libertà, la loro capacità di adattarsi – ad avere oggi gli strumenti migliori per resistere e per rilanciarsi.
Non servono fortune
Accanto alla profezia della “fine della libera professione”, c’è un altro mito altrettanto bloccante: quello secondo cui, oggi, senza un capitale enorme e tecnologie d’avanguardia non si può nemmeno cominciare. A questa idea, si accompagna una visione ansiogena e irrealistica, che scoraggia proprio chi, invece, potrebbe farcela - e magari molto bene - con risorse modeste unite a grande motivazione.
La verità è che non è la macchina tecnologica a fare il bravo dentista e nemmeno il corso di due giorni sulla ultima tecnica implantare o sulla gestione dello studio. Servono invece tempo, pazienza, esperienza, studio, ascolto. Occorre costruire una visione personale del proprio lavoro e scegliere strumenti coerenti con questa visione e con le proprie possibilità. La medicina, per fortuna, è una disciplina che si fonda sull’uomo, sulla relazione. La professione si basa sulla fiducia fra chi si impegna a offrire la prestazione e chi la riceve. Il resto è, in buona parte, contorno. Se vogliamo spiegare meglio questa ultima affermazione, si potrebbe dire che la macchina serve quando permette di fare ciò che altrimenti non si potrebbe fare. Se i primi pazienti vengono trattati con serietà, chiarezza e cura, sarà il passaparola a fare la differenza. Non è la pubblicità che costruisce la fiducia, quella serve casomai per fare arrivare un potenziale paziente all’ingresso dello studio. Sono la coerenza, il saper coltivare le proprie competenze, la serietà e l’applicazione ai problemi portati dai pazienti che possono fare la differenza. È comunque innegabile che un buon numero di dentisti, giovani o più maturi, si realizzano meglio all’interno di strutture organizzate da altri e non c’è nulla di sbagliato in questo, ovviamente. Però, da questo a dire che chi parte da zero non ha speranza, ce ne passa.
Bisogna avere più fiducia
Che si scelga di aprire da soli, di entrare in società con colleghi o di subentrare gradualmente a un professionista anziano in una logica di cooptazione, le strade per iniziare ci sono. Nessuna è facile, tutte richiedono impegno e pazienza. Sono però tutte possibili, se accompagnate da formazione e visione.
In ogni caso oggi serve certamente, oltre alla cultura odontoiatrica, anche quella gestionale: saper leggere i costi, organizzare il lavoro, comunicare con i pazienti, relazionarsi con i collaboratori. L’offerta formativa è ampia, ma va selezionata: ci sono corsi autorevoli e altri nati solo per generare fatturato per chi li offre. Il consiglio è di scegliere percorsi che insegnino a ragionare, non solo a replicare modelli.
Fondamentale è anche il ruolo dei consulenti: un commercialista, che sappia spiegare e non solo compilare, è già una risorsa preziosa, mentre un consulente gestionale competente può aiutare a vedere meglio ciò che accade dentro lo studio.
In sintesi, il futuro della professione non è scritto nei bilanci delle grandi catene, ma nella testa e nel cuore di chi oggi ha il coraggio di mettersi in gioco. Non servono fortune, ma consapevolezza, misura, preparazione e spirito libero. La libera professione è ancora la scelta più di valore, che offre autonomia, sicurezza economica e orgoglio professionale. Non è un ricordo del passato, bensì un orizzonte concreto per chi sa guardare lontano e partire con passo sicuro.



