Torna la Cassazione sul tema del rilascio del consenso informato da parte del paziente, ritenendo l’acquisizione dello stesso in forma verbale una modalità assolutamente impropria, non consona per conferire quella validità necessaria per porre in essere attività medico-chirurgiche.
Al solito, la sentenza non riguarda precipuamente l’odontoiatria ma è ipotizzabile (auspicabile) che possa a essa estendersi.

Il caso

I genitori di un piccolino, nato – e successivamente morto – con grave sofferenza fetale e anossia da parto che gli aveva causato una invalidità del 100%, si vedevano riconoscere nel primo grado del giudizio un risarcimento di oltre un milione di euro, attribuito dal Tribunale solo a carico del ginecologo interessato. Il respingimento delle domande avanzate nei confronti della Casa di Cura imponeva ai genitori di impugnare la sentenza in Appello e di seguito, ribaltato completamente il verdetto con cancellazione addirittura della condanna del professionista ginecologo, di interessare del contenzioso la Corte di Cassazione.

I motivi del ricorso erano per lo più fondati tutti sull’assoluta assenza di informazioni fornite alla madre sui rischi connessi al trattamento terapeutico intrapreso, sull’omesso esame del nesso di causalità tra le conseguenze dannose della terapia farmacologica somministrata e il mancato consenso prestato, sull’omesso esame del rapporto tra effetti indesiderati dell’ossitocina e il distacco intempestivo della placenta e, infine, sull’omesso esame delle dichiarazioni confessorie rese dal ginecologo sulla mancata acquisizione del consenso della paziente e sulla tempistica dell’intervento.

Contrariamente ai Giudici del primo e secondo grado di giudizio, la Corte riteneva i motivi di impugnazione tutti fondati.

Si legge: “Questa Corte intende dar seguito all’orientamento ormai consolidato e introdotto ed espressamente confermato da un arresto coevo alla sentenza impugnata (<…omissis…>) che ha riconosciuto l’autonoma rilevanza, ai fini dell’eventuale responsabilità risarcitoria, della mancata prestazione del consenso da parte del paziente, e che ha espressamente ritenuto, così come del resto già argomentato dal Tribunale di Catania, che “la violazione, da parte del medico, del dovere di informare il paziente, può causare due diversi tipi di danni: un danno alla salute, sussistente quando sia ragionevole ritenere che il paziente, su cui grava il relativo onere probatorio, se correttamente informato, avrebbe evitato di sottoporsi all’intervento e di subirne le conseguenze invalidanti; nonché un danno da lesione del diritto all’autodeterminazione in se stesso, il quale sussiste quando, a causa del deficit informativo, il paziente abbia subito un pregiudizio, patrimoniale oppure non patrimoniale (ed, in tale ultimo caso, di apprezzabile gravità), diverso dalla lesione del diritto alla salute”.

A una corretta e compiuta informazione consegue, difatti:
a. il diritto, per il paziente, di scegliere tra le diverse opzioni di trattamento medico;
b. la facoltà di acquisire, se del caso, ulteriori pareri di altri sanitari;
c. la facoltà di scelta di rivolgersi ad altro sanitario e ad altra struttura, che offrano maggiori e migliori garanzie (in termini percentuali) del risultato sperato, eventualmente anche in relazione alle conseguenze post-operatorie;
d. il diritto di rifiutare l’intervento o la terapia – e/o di decidere consapevolmente di interromperla;
e. la facoltà di predisporsi ad affrontare consapevolmente le conseguenze dell’intervento, ove queste risultino, sul piano postoperatorio e riabilitativo, particolarmente gravose e foriere di sofferenze prevedibili (per il medico) quanto inaspettate (per il paziente) a causa dell’omessa informazione.

Possono, pertanto, prospettarsi le seguenti situazioni:

  1. omessa/insufficiente informazione in relazione a un intervento che ha cagionato un danno alla salute a causa della condotta colposa del medico, a cui il paziente avrebbe in ogni caso scelto di sottoporsi nelle medesime condizioni, hic et nunc;
  2. omessa/insufficiente informazione in relazione a un intervento che ha cagionato un danno alla salute a causa della condotta colposa del medico, a cui il paziente avrebbe scelto di non sottoporsi;
  3. omessa informazione in relazione a un intervento che ha cagionato un danno alla salute a causa della condotta non colposa del medico, a cui il paziente avrebbe scelto di non sottoporsi;
  4. omessa informazione in relazione a un intervento che non ha cagionato danno alla salute del paziente (e che sia stato correttamente eseguito).

E ancora: “Questa Corte ha escluso la validità del consenso prestato verbalmente affermando, con orientamento al quale  questo Collegio intende dare seguito, che: “In tema di attività medico-chirurgica, il medico viene meno all’obbligo di fornire idonea ed esaustiva informazione al paziente, al fine di acquisirne un valido consenso, non solo quando omette del tutto di riferirgli della natura della cura prospettata, dei relativi rischi e delle possibilità di successo, ma anche quando ne acquisisca con modalità improprie il consenso, sicché non può ritenersi validamente prestato il consenso espresso oralmente dal paziente”.

E, in ordine alle forme da utilizzare, è stato pure ritenuto che in tema di attività medico-chirurgica, il consenso informato deve basarsi su informazioni dettagliate, idonee a fornire la piena conoscenza della natura, portata ed estensione dell’intervento medico-chirurgico, dei suoi rischi, dei risultati conseguibili e delle possibili conseguenze negative, non essendo all’uopo idonea la sottoscrizione, da parte del paziente, di un modulo del tutto generico, né rilevando, ai fini della completezza ed effettività del consenso, la qualità del paziente, che incide unicamente sulle modalità dell’informazione, da adattarsi al suo livello culturale mediante un linguaggio a lui comprensibile, secondo il suo stato soggettivo ed il grado delle conoscenze specifiche di cui dispone”.

E infine “In materia di responsabilità  per attività medico-chirurgica, l’acquisizione di un completo ed esauriente consenso informato del paziente, da parte del sanitario, costituisce prestazione altra e diversa rispetto a quella avente a oggetto l’intervento terapeutico, dal cui inadempimento può derivare – secondo l’id quod plerumque accidit – un danno costituito dalle sofferenze conseguenti alla cancellazione o contrazione della libertà di disporre, psichicamente e fisicamente, di se stesso e del proprio corpo, patite dal primo in ragione della  sottoposizione (come nella specie) a terapie farmacologiche e interventi medicochirurgici collegati a rischi dei quali non sia stata data completa informazione.

Tale danno, che può formare oggetto, come nella specie, di prova offerta dal paziente anche attraverso presunzioni e massime di comune esperienza, lascia impregiudicata tanto la possibilità di contestazione della controparte quanto quella del paziente di allegare e provare fatti a sé ancor più favorevoli di cui intenda giovarsi a fini risarcitori “.

Il male

“Esiste un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza”.
Nell’individuare quale madre di tutti i mali l’ignoranza, Socrate regala al mondo una categorica verità che, traslata al mondo odontoiatrico, ben potrebbe trasformarsi nell’auspicata raccolta in forma scritta del consenso informato per qualsivoglia attività, dalle più modeste alle più impegnative, a tutela dei diritti del paziente e della serenità dell’odontoiatra.

Mariateresa Garbarini

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