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Se non avesse intrapreso la strada della medicina e poi quella della specializzazione in Odontostomatologia e Protesi Dentaria, che lo ha condotto con successo sin qui, Enrico Gherlone avrebbe scelto la carriera militare. La ragione? “Perché ho rispetto per la gerarchia”, dice, “ho fiducia nei collaboratori e nei superiori e credo nelle istituzioni”. Anche le istituzioni hanno creduto in lui. Dal 1998, infatti, è primario del Servizio di Odontoiatria dell’Istituto Scientifico Universitario San Raffele di Milano. Vi era giunto nel 1993, come aiuto ospedaliero. Da allora Enrico Gherlone non ha più lasciato Milano, né il San Raffaele dove attualmente coordina i 70 professionisti che ogni anno eseguono mediamente mille impianti e 25 mila prestazioni. Sono numeri importanti che fanno di questo luogo un osservatorio privilegiato per la clinica e una realtà complessa per le questioni gestionali e organizzative.
Enrico Gherlone è anche Presidente in carica della Società Italiana di Odontoiatria Protesica ed Implantare, direttore scientifico del Centro Odontoiatrico di eccellenza per pazienti diversamente abili al San Raffaele e direttore scientifico del progetto Overland for smile, per l’assistenza odontoiatrica a pazienti di orfanotrofi in Paesi sottosviluppati. Inoltre, è direttore scientifico delle riviste “Protech” ed “European Journal of Implant Prosthodontics”. Ha pubblicato oltre 150 contributi sul tema delle protesi parodontali e tre volumi monografici sulle protesi. È relatore a numerosi congressi nazionali e internazionali.

Professor Gherlone, qual è stato il suo maestro? 

“Sono allievo dal punto di vista clinico protesico del professor Mario Martignoni. È stato un punto di riferimento importante per me. Un’altra figura significativa, ancora oggi e non solo dal punto di vista professionale, è il professor Giovanni Dolci. Le esperienze nei Paesi stranieri poi, in ambito protesico, non mi hanno dato molto di più. D’altronde, l’Italia nella clinica, ha avuto grandi maestri. Un nome per tutti: il mio maestro di impronte Ivano Casartelli. Poi, Giulio Preti, un’altra importante personalità scientifica e accademica del mio settore.
Gli odontoiatri italiani possiedono grandi competenze dal punto di vista clinico: non abbiamo molto da imparare dagli altri”.

In quale altro settore, invece, avremmo ancora bisogno di apprendere da chi è più avanti di noi? 

“Sulla metodologia di ricerca l’estero ci ha insegnato e ci insegna molto ancora oggi. Anche se, quando ho iniziato a lavorare con la scuola di Boston, ero già al San Raffaele e onestamente eravamo noi a fornire i dati clinici su cui sviluppare alcune ricerche. Ma la realtà in cui opero, ormai da 15 anni, è un luogo privilegiato dove vi è una sinergia nelle ricerche, in ogni direzione.
È una delle migliori realtà universitarie al mondo”.

Rispetto alle altre università italiane, qual è la sua peculiarità in ambito odontoiatrico? 

“Il San Raffaele è una struttura di eccellenza. Ma l’influenza internazionale, soprattutto americana, non riguarda tanto l’operatività clinica, come ho detto, quanto il modello gestionale. Rispetto ad altre strutture accademiche nazionali, vi è una grande attenzione agli aspetti manageriali, come se ci si trovasse in una multinazionale. Da noi, Primari e Direttori si confrontano quotidianamente con bilanci e business plan. È un modello gestionale di tipo americano, eccetto che per la modalità di reclutamento dei docenti che avviene sempre mediante  concorsi nazionali”.

Quali vantaggi comporta questo modello gestionale?

“Le persone sono giudicate solo dai risultati. I progetti proposti in modo razionale ricevono l’approvazione dai vertici istituzionali. Ma poi, è importante mostrare i dati scientifici ed economici di quanto attuato. Questo modello gestionale permette di ottenere con facilità, assumendosene la responsabilità, le risorse necessarie a svolgere un lavoro o un progetto di ricerca”.

Qual è, invece, la difficoltà più rilevante di questo sistema?

“Innanzitutto, mantenere i risultati raggiunti e migliorarli. Poi, senza dubbio, motivare le persone. Per farlo abbiamo due strumenti a disposizione. Il primo è di tipo economico: è un fattore molto importante, ma non sufficiente. In realtà, i collaboratori sono gratificati anche dalla carriera e dal confronto professionale che possono avere ogni giorno con i propri colleghi”.

Cosa consiglierebbe al libero professionista che svolge, in un microcosmo, quello che lei pratica in una realtà molto più complessa?

“Non rimanere chiuso nell’ambito del proprio studio. Sono ancora pochi i professionisti che si aggiornano costantemente. Non è solo cambiato il sistema, è cambiato soprattutto il paziente, le sue aspettative. Sono in aumento i contenziosi medico-legali perché i pazienti, giustamente, sono molto più esigenti. Non c’è più posto per la mediocrità e laddove non si è in grado di arrivare personalmente, neppure con un’implementazione delle competenze, è molto meglio affidarsi alla consulenza di altri professionisti”.

Lo studio monoprofessionale, tipicamente italiano, avrà un futuro?

“Dipenderà dalle capacità politiche di chi gestisce in questo momento la professione odontoiatrica. Il trend attuale è quello del terzo pagante. Di fronte a questo nuovo modello sanitario, le strutture più organizzate ed articolate avranno la meglio su quelle di piccole dimensioni. Le assicurazioni, infatti, rispetto agli studi monoprofessionali, prediligono gli studi associati e le istituzioni dalle quali sono convinte di trarre maggiori garanzie in termini di qualità e di poter beneficiare di tariffe più vantaggiose. Il paziente si sente più tutelato in questi luoghi, anche se come sempre la verità sta nel mezzo”.

Ma non era vero il contrario?

“In questi ultimi anni al San Raffaele abbiamo avuto un grosso incremento di pazienti. Il cittadino si sta rivolgendo sempre più alle istituzioni perchè sente di poter contare su maggiori garanzie. Se qualcosa non dovesse andare per il verso giusto, pensa il paziente, c’è sempre il primario, il direttore sanitario e un’organizzazione piramidale che può intervenire e porre rimedio. Ricordo però, per correttezza, che vi sono moltissimi liberi professionisti con competenze e organizzazione in grado di competere con realtà più grandi. È compito della politica, dunque, attraverso i media, informare correttamente i cittadini, senza demonizzare la figura dell’odontoiatra con banali luoghi comuni, oramai obsoleti”.

Se davvero la strada fosse la creazione di centri odontoiatrici, perché mai i liberi professionisti fanno così fatica ad associarsi tra loro? Hanno paura della parola azienda e temono di perdere l’etica professionale…

“È sempre stata l’argomentazione usata da coloro che vogliono tutelare la libera professione. L’etica professionale è dentro ognuno di noi, credo che in un’associazione tra persone di un certo calibro, non ci sia il rischio di subire il ricatto del terzo pagante o del mercato. Naturalmente i professionisti devono possedere grandi competenze. In realtà, a mio avviso, è un’altra la ragione che impedisce di compiere questa evoluzione: stabilire un accordo tra 5-6 persone, con varie competenze, al di fuori di una struttura istituzionale di tipo piramidale, è molto difficile, anche dal punto di vista della gestione organizzativa. È questa, dal mio punto di vista, la vera difficoltà che impedisce lo sviluppo di questo modello organizzativo”.

In alternativa, cosa fare per aiutare il libero professionista?

“Innazitutto, tutelare la sua immagine con una campagna che cancelli dalla mente dei cittadini l’idea che il dentista sia un professionista superpagato e non sempre onesto. Il paziente dovrebbe perdere la diffidenza nei confronti dell’odontoiatra. Poi, lottare contro coloro che per motivi poco nobili aizzano a intraprendere contenziosi medico-legali invece di cercare vie alternative, fermo restando la tutela della salute del paziente. È un gioco molto pericoloso che ha conseguenze negative per tutta la categoria. Dovremmo lavorare, al contrario, per infondere fiducia al paziente. Secondo me ne trarremmo vantaggi tutti a 360°”.

Anche perché i cittadini non amano recarsi dal dentista: non c’è ancora la cultura della prevenzione. Come è nata, invece, l’idea di creare un Centro di Igiene orale e Prevenzione al San Raffaele? 

“Avevamo la necessità di incrementare i controlli sulle prestazioni eseguite per verificarne gli esiti e intercettarne le eventuali complicanze. Era già attivo il Corso di Laurea in Igiene Dentale. Così, abbiamo pensato che sarebbe stato interessante e produttivo affidare agli igienisti dentali, oltre che i loro compiti istituzionali, anche  un controllo preliminare sui pazienti già dimessi con terapie specifiche, mediante follow-up personalizzati. Così è nato il Centro di Igiene orale e Prevenzione dell’Istituto San Raffele di Milano, l’unica realtà a livello nazionale dedicata solo ed esclusivamente all’igiene orale e alla prevenzione. È gestito interamente da igienisti e lavora in stretta collaborazione con il reparto di Odontoiatria. Naturalmente al suo interno è sempre presente un parodontologo che viene interpellato al bisogno”.

È un esempio anche per il libero professionista?

“Sì, anche per lo studio in cui opera il libero professionista, l’igienista è una figura molto importante: è capace di intercettare anche quei piccoli problemi che spesso sfuggono all’odontoiatra troppo intento a svolgere i suoi compiti a ritmi sostenuti. L’igienista insegna al paziente l’igiene orale e lo motiva a compiere i controlli periodici. Il suo è un contributo importante a tutela del paziente e dell’odontoiatra”.

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