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Elettra De Stefano Dorigo

Lo definisce così il Collegio dei Docenti di Odontoiatria il suo nuovo presidente, Elettra De Stefano Dorigo, professore ordinario di Materiali dentari all’Università di Trieste, già segretaria del Collegio dalla sua fondazione fino al 2000.  10 domande sul ruolo dell’Università, sul futuro della professione e sul destino dell’odontoiatria.

Professoressa Dorigo, dopo anni trascorsi ai vertici delle istituzioni universitarie anche come Presidente della Conferenza dei Presidenti dei corsi di laurea, una nuova sfida. Quali sono le sue speranze per il futuro? 

L’università italiana sta vivendo momenti molto difficili. Auspico che il Collegio dei docenti con dignità e responsabilità riesca a vivere il presente con dignità per poter intercettare il futuro. È un momento di transizione caratterizzato soprattutto da carenze economiche che incidono su impostazioni strutturali e normative consolidate da anni e mai sovvertite. Forse è giunto il momento di cambiare veramente. Certo, è difficile pensare di farlo all’improvviso in maniera compiuta. Credo comunque che l’Università, quindi l’odontoiatria, saprà farsi carico anche di questo impegno. Bisogna essere in linea con i tempi e pronti al nuovo, cercando di garantire sempre una buona formazione agli studenti, alimentata da ricerca e assistenza di qualità, perché questo è il nostro mandato.

Qual è il ruolo del Collegio all’interno del mondo odontoiatrico?

All’interno del mondo accademico il Collegio svolge un compito di coordinamento. È importante che si condividano le esperienze e si tragga il meglio anche dalle conoscenze altrui. Il Collegio deve anche sapersi relazionare con il resto del mondo odontoiatrico, con l’odontoiatria pubblica ospedaliera, con la libera professione, con l’industria del settore, andando a definire un’area odontoiatrica all’interno della quale possa svolgere un ruolo di responsabilità. Non è pensabile che l’Università resti isolata. Con l’istituzione dei nuclei di valutazione all’interno del mondo accademico, i docenti hanno ormai accettato di farsi giudicare. Se esistono disagi nei riguardi dell’Accademia, bisogna parlarne, affrontare insieme i problemi per cercare di risolverli. Il nostro è un servizio istituzionale pubblico. Il denaro impiegato nell’Università è della collettività: dobbiamo quindi rendere conto a tutti del nostro operato e impegnarci al meglio.

Tuttavia, il Collegio a volte è stato anche visto e considerato dal mondo della professione come un’associazione auto-referenziale. È un giudizio troppo severo? 

In effetti i rapporti con i liberi professionisti variamente organizzati e rappresentati sono stati spesso altalenanti: abbiamo avuto momenti di grande vicinanza e altri in cui le problematiche non sono state condivise. Quando si fa riferimento ai liberi professionisti, in genere si parla di associazioni sindacali rappresentanti di categoria che impiegano strumenti per così dire di lotta, molto diversi da quelli di mediazione costruttiva adottati dall’Università. Credo sia necessario trovare un’intesa tra questi due approcci per riuscire a discutere insieme di problemi comuni. Poi, a chi ha avuto la sensazione che l’Università sia chiusa in una torre d’avorio, bisogna dire che le porte sono aperte e che il mondo universitario è pronto a dialogare, senza preclusioni e con grande trasparenza con tutti coloro che intendono costruire un futuro di rispetto verso tutti, compresi gli studenti e i pazienti. C’è entusiasmo e voglia di rimettersi in gioco all’interno del Collegio, anche da parte dei colleghi più anziani: è una cosa che trovo molto bella. È un Collegio che ha una grande anima. Raramente ho sentito attorno a me, in vari contesti, l’affetto e l’umanità che percepisco in questa realtà. Sono convinta che questo ci aiuterà a raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati.

Quali sono, a suo avviso, i «correttivi» da attuare per migliorare i rapporti tra i due mondi? 

Innazitutto, essere consapevoli che il nostro è un obiettivo comune: l’attenzione al paziente, l’oggetto ultimo del nostro lavoro, sia come professionisti, sia come docenti universitari. Oggi, il vero problema è raggiungere il paziente. C’è una fetta consistente di popolazione, costituita non solo da bambini e adulti, che non riesce ad accedere alle cure odontoiatriche. Per questo, sarebbe necessario trovare un nuovo rapporto tra odontoiatria pubblica e privata. Il servizio pubblico nel nostro Paese non è mai stato preso in considerazione in maniera adeguata: se n’è trascurata la potenzialità. Credo sia giunto il momento di esaminarla attentamente e sviluppare un nuovo sistema moderno ed efficiente dove l’odontoiatria pubblica trovi la sua giusta collocazione.

Qual è il rapporto che intercorre tra le aziende produttrici di materiale odontoiatrici e l’Università? 

È un rapporto delicato, anche in virtù dell’influenza che l’Università esercita sui giovani studenti, futuri professionisti. Sta all’Università mantenere il giusto equilibrio e permettere agli studenti di sviluppare uno spirito critico, più che dare certezze sul risultato clinico ottenuto dai materiali. Il rapporto dovrebbe essere plurimo, mai privilegiato. Il mandato dell’università in generale è insegnare una metodologia, in modo da permettere al giovane di affrontare tutte le evoluzioni che il sistema subirà. Se dessimo solo certezze sull’esistente, formeremmo tecnici laureati che non riuscirebbero poi a rinnovare le loro competenze nel tempo.

Quali sono i cambiamenti maggiori che ci attendono per il Corso di laurea in Odontoiatria? 

A partire dall’anno accademico 2009-2010 entrerà in vigore il nuovo corso di laurea che prevede anche un sesto anno, eminentemente di tirocinio clinico sul paziente. L’impostazione che è stata data al piano di studi prevede di concentrare all’ultimo anno, cioè quando gli studenti hanno già acquisito una loro maturità di formazione, la pratica clinica. Questo significa che lo studente inizia a operare sul paziente quando è in possesso delle conoscenze teoriche e pratiche che gli permettono di esercitare davvero il suo ruolo.

Molto si è detto sulle carriere accademiche, che cosa ci si aspetta per il futuro? 

Per fare il professor universitario non basta essere un bravo ricercatore, ci vuole qualcosa in più. Bisogna essere capaci di relazionarsi con i colleghi e con gli studenti. Bisogna anche dare un esempio di attaccamento al dovere e alle proprie responsabilità, cioè dare dimostrazione coerente di un comportamento etico. Il professor universitario ha un obbligo in più rispetto a un ricercatore che opera in un altro contesto. Questo significa che quando si valuta la progressione di carriera di un collega o l’accesso all’Università di un giovane che decide di intraprendere la carriera universitaria, bisogna avere bene in mente anche questi parametri. Questo peraltro non significa che l’attività didattica e di ricerca possano essere messe in secondo piano.

Che ruolo riveste l’Università nella formazione continua? 

Un ruolo importante, soprattutto da quando è nato il Corso di laurea in Odontoiatria. Il rapporto dei giovani laureati con la propria Università è divenuto sempre più stretto. Oggi, come docenti universitari, dobbiamo domandarci quale sia la metodologia di trasmissione delle conoscenze che permetta il più alto livello di apprendimento. È corretto il nostro metodo didattico o dovremmo pensare a qualcosa di nuovo? Questo è il punto centrale. Nessuno ha insegnato ai professori universitari a insegnare o a fare ricerca: hanno imparato frequentando strutture dove si praticava ricerca in modo adeguato, modificando i propri atteggiamenti nei confronti degli studenti in virtù del rendimento nei momenti di verifica. Anche per quel che riguarda la formazione continua, bisogna chiedersi qual è l’approccio migliore per garantire vera formazione. Tra gli obiettivi che intendiamo perseguire, vi è anche quello di offrire ai giovani corsi di formazione all’insegnamento e alla ricerca dove poter discutere sulle metodologie d’insegnamento e trovare quelle che, calate nel proprio contesto, possano dare i migliori risultati.

Come si colloca la sua sede universitaria, di Trieste, nel panorama nazionale? 

È una sede molto giovane. Ha conseguito risultati di ricerca a livello internazionale meritevoli di segnalazione, ma è anche apprezzata dagli studenti per la sua didattica. È il risultato della fatica e dell’entusiasmo di molti che vi lavorano con impegno ogni giorno. Anche in altre aree del Paese ci sono realtà di eccellenza che a volte non vengono messe in giusto rilievo o che pagano il prezzo di carenze strutturali o di limitate risorse economiche. Il Collegio ha anche il compito di aiutare i colleghi in difficoltà. Dobbiamo lavorare insieme, senza facili entusiasmi, con trasparenza, lucidità e con l’amicizia reciproca che ci contraddistingue: solo così possiamo pensare di affrontare il futuro.

A proposito di futuro, Professoressa Dorigo, per concludere, quale sarà quello dell’odontoiatria? 

Bisogna innanzitutto capire dove si vuole andare. Non credo che il solo problema per l’odontoiatria accademica italiana sia quello di ridurre o accorpare i corsi di studio: se fosse necessario, saremmo pronti a farlo. Tuttavia, se consideriamo il ruolo che l’odontoiatria pubblica dovrebbe avere per i cittadini, come servizio alla popolazione che per ragioni economiche non riesce ad accedere neppure alle cure di base, allora, prima di tagliare i corsi di laurea, dovremmo fare un’analisi lucida e serena dell’esistente e delle necessità del territorio. 

Il problema è domandarsi qual è il ruolo dell’odontoiatria pubblica e quale invece vorremmo che fosse. Tutto sommato è facile chiudere un’istituzione, molto più complesso riaprirla. 

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