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La sicurezza in studio dentistico
Planimetria delle vie di esodo

Il problema della sicurezza è uno degli argomenti di maggiore interesse per qualsiasi ambito della nostra vita.  Nel caso dell’ambiente di lavoro dell’odontoiatra tale problema coinvolge molti aspetti della vita professionale, e non va sottovalutato sin dai primi stadi progettuali dello studio. I problemi di sicurezza possono essere riferiti principalmente a due ambiti: la sicurezza in senso fisico dell’ambiente di lavoro e la protezione dei luoghi nei confronti di malintenzionati.

 

Questo primo aspetto che andremo a esaminare è certamente uno dei lati più delicati da affrontare, in quanto necessita di una analisi preliminare dei fattori di rischio da redarre al momento della prima progettazione. Tale analisi va poi costantemente monitorata man mano che i lavori procedono, completando l’allestimento alla fine delle opere di ristrutturazione con tutte le dotazioni che le attuali normative impongono e le migliori regole di buon senso consigliano.

In primo luogo le protezioni nei confronti dei rischi correlati all’impianto elettrico: lo studio per legge deve essere dotato di una serie di protezioni sulle linee. Il quadro elettrico deve essere dotato di differenziali e magnetotermici tali da intervenire isolando il circuito ogni volta che si presenti il rischio di dispersione o di sovraccarico. Il differenziale è un apparecchio, comunemente chiamato «salvavita», che interviene quando la differenza di potenziale tra i due poli supera una certa soglia: in parole molto semplici, se da un polo parte un certo quantitativo di corrente e non ne ritorna altrettanta dall’altro polo, vuol dire che c’è una dispersione nel circuito. In questo caso esso interviene scattando e interrompendo la corrente. Il magnetotermico interviene con lo stesso risultato ma agisce quando la corrente che passa attraverso il circuito supera un certo valore, e pertanto siamo in presenza di un cortocircuito.
Questi apparecchi devono essere periodicamente testati (è sufficiente far scattare il pulsante sullo stesso per verificarne la capacità di intervento), non bastano le verifiche annuali o biennali che l’elettricista deve svolgere sull’impianto, rilasciando alla fine una documentazione da esibire in sede di eventuali controlli da parte delle Autorità preposte. Ma la vigilanza e la scrupolosa istruzione del personale è la miglior sicurezza che possiate mettere in atto.

I più diffusi segnali di sicurezza all’interno degli studi

Non siate mai troppo sicuri di aver spiegato bene alle assistenti come si usano le apparecchiature, controllate che non siano abituate a maneggiare apparecchi con le mani bagnate (classico esempio in sterilizzazione), evitate gli utilizzi di adattatori e prese multiple: meglio far sostituire la presa classica con una di tipo tedesco (schuko) piuttosto che ricorrere a adattatori o spine doppie in cascata. Queste prime regole, tanto semplici quanto comunemente disattese, vi eviteranno sicuramente fastidiosi inconvenienti e danni a voi, al personale e alle vostre attrezzature.

Inoltre non dimenticate che per legge non possono essere utilizzati in studio apparecchiature prive del marchio CE, il simbolo che caratterizza gli strumenti elettrici che hanno superato una serie di test per garantire il massimo livello di sicurezza elettrica. E ricordate che, in caso di incidenti causati da apparecchiature non a norma, al di là dei danni reali che potete causare alle persone, le complicazioni burocratiche ed economiche cui andate incontro con Ispettorati del Lavoro o compagnie di assicurazione sono sicuramente non da sottovalutare.

I rischi del fuoco

Un secondo pericolo da non sottovalutare è il rischio di incendio: tutti i materiali utilizzati per l’allestimento dello studio dovrebbero essere prevalentemente ignifughi, o comunque a basso rischio di infiammabilità. Lo studio deve essere dotato di un certo numero di estintori, opportunamente dislocati e segnalati da apposita cartellonistica. Esistono comunemente tre differenti modelli di estintori: gli estintori a polvere, a CO2, e idrici. Il primo tipo interviene sul principio di incendio formando una crosta che soffoca il fuoco diffondendo una miscela di bicarbonato di sodio e polvere inerte (polvere d’ammonio). Il secondo tipo soffoca le fiamme con un’erogazione di anidride carbonica. In questo caso bisogna fare però attenzione a non toccare il corpo metallico dell’estintore durante l’erogazione, in quanto il brusco abbassamento della temperatura del gas in sede di erogazione provoca un raffreddamento del metallo (fino a -80°) che, in caso di contatto con la pelle, potrebbe risultare ustionante. L’ultimo tipo impiega invece una miscela di acqua e schiuma per soffocare l’incendio. Da notare in sede di scelta del tipo da utilizzare che solo il secondo tipo, quello a CO2, erogando solamente anidride carbonica, è in grado di non creare danni alle apparecchiature, a volte maggiormente danneggiate dal mezzo di spegnimento che non dal principio di incendio stesso. È comunque fondamentale in questo campo farsi consigliare dal vostro consulente che vi fornirà le attrezzature e le certificazioni necessarie. È altrettanto importante definire la segnaletica di sicurezza dello studio.
Il principio che detta le regole in questo caso è il seguente: in qualsiasi locale una persona si possa trovare al buio per un blackout e abbia necessità di raggiungere l’uscita, il percorso deve essere segnalato con idonei cartelli e illuminato con lampade di emergenza che garantiscano una durata e un grado di illuminamento definito. Sarà quindi necessario dislocare un certo numero di lampade di emergenza nei vari locali e nei corridoi. In questo caso esistono ormai moltissimi corpi illuminanti che sono già dotati di gruppo di emergenza incorporato, e questa scelta ci eviterà di dover affiancare alle normali lampade un secondo apparecchio, prevalentemente poco estetico. La valutazione del numero e tipo di lampade andrà fatta col vostro responsabile 626, e di concerto con il tecnico antincendio verranno definiti il tipo e l’ubicazione dei cartelli «USCITA», «USCITA DI SICUREZZA», «ESTINTORE» ecc. Inoltre, nella scelta dell’ubicazione degli estintori, vale il principio secondo il quale, uscendo da un locale, una persona deve poter vedere e localizzare l’alloggiamento dell’estintore, privilegiandone l’omogeneità di distribuzione sulla pianta, e possibilmente dislocandone uno in prossimità delle porte di ingresso.
Alla fine dei lavori dovrete infine apporre in ogni locale una planimetria dello studio, con evidenziati il luogo dove ci si trova, il percorso che porta l’uscita più vicina, i simboli di ubicazione degli estintori.

Il pericolo dei furti

L’ultimo aspetto che andiamo ad analizzare riguarda la protezione dei locali nei confronti di malintenzionati. Sostanzialmente possiamo suddividere in due categorie gli interventi che possiamo effettuare in tal senso: la protezione passiva e la protezione attiva. Il primo gruppo riguarda tutti quegli accorgimenti che difendono in senso fisico la nostra unità immobiliare dall’intrusione di malintenzionati: ci riferiamo quindi a porte blindate, inferriate alle finestre, tapparelle in acciaio rinforzato ecc.

Radar di allarme

Tutti sistemi i cui pregi e difetti sono ampiamente conosciuti. Per quanto riguarda invece i sistemi attivi, ovvero gli allarmi elettronici antiintrusione, il discorso merita qualche riga in più di dissertazione. I moderni sistemi antifurto sono estremamente evoluti e flessibili, per consentirci la più ampia gamma di protezione ai locali. Un impianto di allarme è composto da una centrale, da un combinatore telefonico gsm, entrambi da dislocare in un posto possibilmente coperto dal raggio di azione di un sensore. All’ingresso verrà installata una chiave di inserimento, o in alternativa una pulsantiera numerica o un lettore di schede, o in casi più sofisticati un lettore di impronte digitali. Poi ci sono i sensori e i contatti, i componenti che rivestono la maggior delicatezza in sede di installazione: dalla loro qualità ma specialmente dalla loro ubicazione dipende la reale efficacia della protezione che tale impianto vi può garantire.
Una o più sirene completeranno l’installazione. L’ultima generazione di allarmi elettronici ha come prevalente caratteristica quella di proporre sensori senza fili che permettono una installazione semplice e efficace anche ove manchino le predisposizioni per i passaggi dei cavi. Il limite di questi apparecchi risiede quindi nella necessità di sostituire periodicamente le batterie, ma il rischio di disfunzione in caso di calo di alimentazione è abbastanza remoto, in quanto la centrale stessa è in grado di avvisare quando le batterie dei sensori periferici presentano un ridotto livello di carica. Le moderne centrali sono in grado di connettersi via sms o via gsm vocale con l’utente per avvisare di eventuali effrazioni in atto, addirittura integrandosi con le telecamere interne. I sensori installabili sono sostanzialmente di tre tipologie: gli infrarossi attivi, gli infrarossi passivi e i volumetrici a microonde. I primi apparecchi sono composti da un’emittente e da una ricevente che trasmettono una serie di raggi infrarossi: ogni volta che qualcosa attraversa il raggio e interrompe il circuito scattano in allarme.
Sono i meno usati all’interno delle abitazioni, e sono destinati prevalentemente a protezioni perimetrali esterne. Il secondo tipo invece non emette nulla ma riceve la radiazione infrarossa dall’ambiente: il sensore rileva le emissioni infrarosse emesse da un corpo caldo, e va in allarme ogni qualvolta l’emissione rilevata cambia. Sono apparecchi quindi sensibili al calore e non al movimento: una porta che sbatte o una tenda che sventola non sono in grado di farli scattare. I radar a microonde invece rilevano il movimento degli oggetti nel loro raggio di azione: ogni volta che la risposta (tipo sonar) che ricevono dall’ambiente cambia, vuol dire che qualcosa si è mosso. Più sensibili ed efficaci, presentano però un rischio maggiore di falsi allarmi.
Da qualche tempo vengono pertanto proposti i sensori combinati, ovvero un apparecchio che possiede entrambi questi ultimi sistemi di rilevazione. Da notare però che, a fronte di un ridotto rischio di falsi allarmi, in quanto solo la combinazione dei due eventi rilevati manderà in allarme la centrale, si riduce sicuramente la capacità di rilevazione, in quanto se non sussistono entrambe le cause non verrà trasmesso alcun segnale di allarme. E un ladro esperto potrebbe non troppo difficilmente eludere una delle due tecnologie.

D’altro canto va rilevato che un ladro esperto probabilmente si dirigerà su locali più appetibili di uno studio odontoiatrico.

Gli apparecchi sopra descritti sono perciò in grado di difendere lo studio quando siamo assenti, ma non dimentichiamoci che le possibilità di intrusioni indesiderate possono avvenire anche in orari di apertura.

Un videocitofono installato fuori dalla porta, per esempio, ci permetterà di aprire solamente a persone della cui identità siamo sicuri. In caso di solo citofono vocale, infatti, un malintenzionato potrebbe accodarsi all’ingresso di un nostro paziente, e noi ce ne accorgeremmo solo al momento di trovarselo all’interno dello studio.
Troppo tardi. Un pulsante di allarme posto sotto il banco della receptionist, magari udibile solo nelle sale operative, potrebbe essere un buon sistema di avvisare in modo discreto della presenza di una persona sgradita, permettendo agli operatori di comportarsi di conseguenza. E tale accorgimento potrebbe ovviamente essere utilizzato non solo in caso di ladri o rapinatori, ma in occasione di altri «ospiti sgraditi».
Un analogo pulsante poi potrebbe fa scattare una sirena di allarme: nessun rapinatore si fiderebbe a trattenersi nello studio in presenza di una sirena che suona. La qualità dei vari marchi e modelli presenti sul mercato vi proporrà sicuramente la miglior soluzione da adattare al vostro studio. Ma attenzione: solo la discrezione e la fidatezza del vostro consulente in materia saranno per voi la miglior sicurezza e qualità di buon funzionamento di quanto andrete a installare.

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