1. Carlo Platschick, primo libero docente italiano in Clinica Odontoiatrica.

Autore:

Paolo Zampetti

Riassunto
In Italia l’affermazione dell’Odontoiatria è stata molto complessa. Generalmente si fa risalire al decreto Boselli (1890) il primo serio tentativo di regolamentazione della disciplina, anche se non sono mancate varie polemiche, prima fra le quali il nodo della formazione dei futuri odontoiatri che lo stesso decreto non garantiva.
Si affermò così il “Principio Stomatologico”, sancito da Amedeo Perna, docente universitario a Roma, che riteneva necessaria solo la laurea in Medicina e Chirurgia e il superamento dell’esame di Stato con una prova di clinica odontoiatrica per l’esercizio professionale, senza alcuna preparazione specifica, non essendo vincolante la specializzazione post-lauream in Odontostomatologia, non obbligatoria. Solo nel 1980 fu istituito un corso di laurea apposito in Odontoiatria e Protesi Dentaria, pensato già una sessantina di anni prima da Angelo Chiavaro.

Summary
The affirmation of Dentistry has been very complex in Italy. The first serious attempt to regulate the discipline goes back to the Boselli decree (1890), together with a variety of controversies, where the first one stands for the education of future dentists which paradoxically was not guaranteed by the same decree. University professor in Rome, Amedeo Perna, sanctioned the “Principle of Stomatology”, declaring mandatory only a degree in Medicine and Surgery, followed by the State exam and clinical dental test, for the performance of professional practice, excluding an obligation of specified preparation bounded to post-graduate training in Dentistry. Only in 1980 was established a special degree in Dentistry, already mentioned about sixty years ago by Angelo Chiavaro.

È attualmente in corso nel panorama odontoiatrico italiano un acceso dibattito relativamente all’autonomia ordinistica.
Senza entrare nel merito del discorso, ci limiteremo a osservare come non si dica nulla di nuovo rispetto a quanto avvenuto in passato, cioè se il “dentista” debba essere inquadrato nell’ambito dell’Odontoiatria, della Stomatologia o dell’Odontostomatologia.
Sembrerebbe quasi una cavillosa sottigliezza soffermarci oggi su questa terminologia; in realtà, essa ha una notevole valenza per poter capire l’evoluzione della disciplina in Italia.

Con il termine di Odontoiatria (dal greco Odontos iatreia, cura del dente) si dovrebbe, a rigor di logica, intendere solo la terapia relativa all’elemento dentale e null’altro; così pure la Stomatologia (Stomatos logos, letteralmente discorso sulla bocca) si dovrebbe occupare solo delle patologie della bocca e dei tessuti molli del cavo orale. Termine più completo è, quindi, Odontostomatologia (Odontos stomatos logos) che comprende la cura dei denti e di tutto il cavo orale, tessuti molli e lingua compresi. L’odontostomatologo, pertanto, è il vero “medico del cavo orale”, ed è proprio su questo concetto che l’Odontoiatria italiana iniziò un percorso che può dirsi non del tutto ancora concluso. Secondo quanto affermava già Carlo Platschick (1853-1912) nel 1908, il “medico dentista” dovrebbe avere “la conoscenza di tutte le malattie della mucosa orale, delle labbra, delle guance, della volta palatina e del velopendulo, delle malattie della lingua, della parotide e della sua regione, del pavimento della bocca, delle ossa e dei seni mascellari, delle articolazioni temporo-mandibolari”1.

Oltre allo specifico, è importante una preparazione generale medica, per cui diviene indispensabile conoscere patologie cosiddette “di confine” come ad esempio
“gli accidenti nervosi della faccia d’origine dentale, come le nevralgie facciali, il tic doloroso, le paralisi periferiche, alle quali forme vanno aggiunte quelle meningee e cerebrali per assorbimento di materiale settico attraverso i canali delle radici e per esse lanciato in circolazione. Altro speciale elemento di studio saranno: i rapporti frequenti fra le forme oculari e dentali; i rapporti delle malattie dentali con quelle che interessano l’Otorinolaringoiatria, come le ectopie dentali, le alterazioni di sviluppo delle ossa della faccia e per occlusione nasale, tumori, adenoidi ecc., così i rapporti con gli organi interni, della respirazione, della digestione e viceversa”2.

Abbiamo citato le parole di colui che è considerato il vero iniziatore della scienza odontoiatrica italiana in quanto ci paiono emblematiche per poter ben comprendere la situazione dell’epoca e valutare come l’evoluzione di detta disciplina nel nostro paese sia sempre stata difficoltosa e accompagnata da polemiche. Si fa generalmente risalire al Regio decreto n. 6850 serie III del 24 aprile 1890, noto tuttora come decreto Boselli, la nascita dell’Odontoiatria intesa come disciplina scientifica3. In realtà occorre prima fare un piccolo passo indietro. Nell’immediata epoca pre-unitaria, la legge Casati del 13 novembre 1859 se da un lato riorganizzava, fra l’altro, gli studi medici universitari, non accennava minimamente all’Odontoiatria, né da un punto di vista formativo né professionale.

Essa continuava a essere appannaggio dei praticoni, dei ciarlatani, dai cavadenti di piazza o, nella migliore delle ipotesi, dei “chirurghi dentisti” abilitati alla professione da un “patentino” che alcune Università del Regno rilasciavano senza, peraltro, offrire una preparazione seria.

2. Paolo Boselli, ministro della pubblica istruzione, autore del decreto del 1890.
2. Paolo Boselli, ministro della pubblica istruzione, autore del decreto del 1890.

Nel 1876 un gruppo di medici che praticavano in Italia la professione odontoiatrica fondarono la S.O.I., ovvero la Società Odontologica Italiana. Essa si proponeva di sensibilizzare il mondo politico e universitario alla regolamentazione degli studi e della professione odontoiatrica: all’uopo venne nominata, in seno a detta società, una commissione che nel 1882 propose un modello di scuola “per dentisti”, del tutto simile a quello esistente all’epoca negli Stati Uniti (che godevano della presenza su tutto il territorio di scuole autonome, indipendenti dalle facoltà mediche).

La proposta della S.O.I. prevedeva un programma di studio triennale, con materie esclusivamente odontoiatriche, seguito da un anno di tirocinio obbligatorio presso lo studio di un dentista affermato e qualificato. Tale scuola doveva essere completamente avulsa dalla facoltà di Medicina, dovendo avere, negli intendimenti, soprattutto un carattere autonomo e pratico.  Esaminato dal Consiglio Superiore di Stato, tale piano di studi venne sottoposto al parere del consigliere Achille De Giovanni (1838-1916), celebre clinico medico dell’Università di Padova, il quale espresse al ministro della Pubblica Istruzione Paolo Boselli (1838-1932) il parere che “tutte le specialità mediche devono essere affidate a chi è medico”4. Naturalmente la stessa S.O.I. non fu del tutto favorevole dapprincipio a questa considerazione: tuttavia ritenne che ciò costituiva certamente un passo in avanti rispetto allo stato disastroso in cui l’Odontoiatria italiana si trovava all’epoca. Si giunse al 24 aprile 1890, quando il ministro Boselli sottopose alla firma reale il decreto n. 6850 serie III che tutt’oggi porta il suo nome e che, nel bene o nel male, ha costituito una pietra miliare nello sviluppo dell’Odontoiatria nel nostro paese. Tale decreto era in sostanza allineato al pensiero del Consiglio Superiore, già espresso dal De Giovanni; era composto da quattro articoli, con i quali si stabilivano varie condizioni: prima di tutto l’obbligo della laurea in medicina per l’esercizio dell’Odontoiatria; l’insegnamento doveva poi essere impartito presso gli Istituti di Clinica Chirurgica delle Università del Regno che ne avessero i mezzi; potevano essere, infine, nominati Liberi Docenti della materia. Venivano pertanto, nell’intenzione del legislatore, a cadere tutti quei “diplomi “ o “matricole” o “patentini” che varie Università del Regno avevano fino ad allora concesso, quasi mai garantendo una reale preparazione – né tantomeno un necessario controllo – a coloro che volevano praticare più un’arte che una reale medicina. Il punto più controverso del decreto era però il quarto, che dettava disposizioni transitorie per non ledere diritti acquisiti e che provocherà, invece, la mancata applicazione del decreto stesso per oltre vent’anni5. Vi furono infatti una serie di ricorsi e di controricorsi che frustrarono le finalità della proposta. Tuttavia è indubbio che, pur con le varie pecche (che, ripetiamo, si sarebbero trascinate fin quasi al giorno d’oggi), il decreto presentava all’epoca un merito indiscusso: quello di stabilire l’obbligo di una laurea per esercitare la professione odontoiatrica.

La sola laurea possibile, allora, era quella in Medicina e Chirurgia, che consentiva di abilitare alla professione di qualsiasi disciplina medica. Risultò pertanto implicito il riconoscimento dell’Odontoiatria come branca della medicina, essendo la bocca una parte del corpo umano; già da questa fondamentale distinzione si riuscì a superare la considerazione, allora imperante, che la cura dei denti fosse una professione sanitaria minore. Per mantenere vivo questo principio (che da allora iniziò a denominarsi “Principio Stomatologico”) un gruppo di 13 medici-dentisti fondò a Torino, il 23 dicembre 1901, la Federazione dei Medici Dentisti d’Italia, che aveva come scopo principale la conversione in legge del decreto Boselli.

3. Angelo Chiavaro.
3. Angelo Chiavaro.

Fra questi ricordiamo i nomi di Carlo Platschick, primo libero docente in Italia di Clinica Odontoiatrica, di Alberto Coulliaux(1835-1912) e del di lui figlio Ludovico (1863-1929), fondatori del primo periodico odontoiatrico italiano – il “Giornale di Corrispondenza pei Dentisti” – che propugnava gli interessi della categoria con un’opera di divulgazione capillare. A essi si opponevano però i sostenitori del modello autonomo, che già caldeggiato dalla S.O.I. aveva a mano a mano trovato vari sostenitori, soprattutto tra coloro che già esercitavano l’Odontoiatria senza essere laureati. Sorsero pertanto pesanti contrasti con la Federazione che portarono a prese di posizione conflittuali in Senato all’atto della discussione relativa al progetto di legge (9, 11, 15 marzo 1911). Prevalsero alla fine i sostenitori del “Principio Stomatologico”: il decreto Boselli del 24 aprile 1890 venne tramutato nella legge n. 298 il 31 marzo 1912.

Il primo passo verso un lungo cammino, che doveva portare a liberare l’Odontoiatria dal limbo del ciarlatanesimo in cui era da secoli confinata, era in questo modo compiuto.
Rimaneva insoluto, o meglio non considerato, il nodo della formazione professionale.
Ci si accontentava, in sostanza, di inserire la Clinica Odontoiatrica quale insegnamento facoltativo nei corsi di laurea in Medicina e Chirurgia, senza preoccuparsi di fornire gli strumenti atti all’esercizio professionale.

Possiamo affermare che non vi era né mentalità né cultura stomatologica, anche da parte di autorevoli personalità del mondo accademico; l’importanza di cure adeguate non veniva, salvo alcune voci fuori dal coro, minimamente sentita. Peraltro, nella migliore delle ipotesi, venivano forniti ai futuri medici solo pochi rudimenti di anatomia e patologia odontostomatologica nell’ambito del corso di Patologia o Clinica chirurgica presso le facoltà di Medicina di alcune Università del Regno.
In quasi tutte le Università, quindi, vi fu un insegnamento ufficiale di Odontoiatria, che non era purtroppo molte volte collegato all’esistenza di un reparto clinico: pertanto fu possibile impartire solo alcune nozioni teoriche di una materia che invece, per la sua stessa natura, esige una pratica costante.

Vi furono, ovviamente, delle notevoli eccezioni, che furono determinanti per l’evoluzione storica della disciplina; gli esempi di Milano (Istituto Stomatologico Italiano), di Pavia e di Bologna sono da annoverare fra di esse. Frattanto maturavano i tempi, a livello politico e istituzionale, per la nomina di professori di ruolo della materia. Il primo concorso nazionale per professore ordinario di Clinica Odontoiatrica si tenne a Roma nel 1915: vennero ternati Angelo Chiavaro (1870-1944), Arturo Beretta (1876-1941) e Gaetano Fasoli (1875-1963).

Da questo concorso iniziarono a manifestarsi le problematiche destinate ad accendere quel dibattito, mai del tutto sopito, che è tornato d’attualità.  Angelo Chiavaro andò a occupare la cattedra presso l’Università La Sapienza di Roma. Costui, dopo la laurea in Medicina in Italia si era recato, nel 1899, negli Stati Uniti per completare la sua preparazione odontoiatrica: conseguì la laurea in Chirurgia Dentaria a Filadelfia. Rientrato in Italia fu incaricato, nel 1905, dell’insegnamento di Odontoiatria e Protesi Dentaria a Roma. In questa sede iniziò la sua opera legislativa, volta alla fondazione di un corso di laurea in Odontoiatria autonomo.

4. Arturo Beretta.
4. Arturo Beretta.

Di formazione americana, Chiavaro aveva l’ambizione di proporre in Italia un modello analogo alle Scuole Autonome statunitensi; come già detto sopra queste erano avulse dalla facoltà di Medicina e la preparazione fornita al futuro professionista era solo squisitamente odontoiatrica.  Sua fu pertanto la proposta di riforma mirante a istituire a Roma una “Scuola Nazionale di Odontoiatria” che conferisse la laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria. Tale scuola doveva durare sei anni, di cui i primi quattro in comune con la facoltà di Medicina e Chirurgia e gli ultimi due autonomi con materie specialistiche. Venne prevista con il Regio decreto (noto come Chiavaro-Gentile) n. 2910 del 31 dicembre 1923, che abrogò la già citata legge del 31 marzo 1912. Il mondo accademico, politico, professionale dell’Odontoiatria insorse immediatamente: leader indiscusso ne era allora il senatore Amedeo Perna (1875-1948), nel frattempo divenuto ordinario di Clinica Odontoiatrica a Bari, presidente della Federazione dei Medici Dentisti e principale esponente del “Principio Stomatologico” che sanciva l’indissolubilità dell’Odontoiatria dalla Medicina. 

Alla maggioranza dei dentisti italiani parve che le lotte e le conquiste ottenute per far diventare l’Odontoiatria una scienza medica potessero essere in questo modo vanificate; il Perna riuscì a esercitare la sua notevole influenza, in modo tale da ottenere a revoca di quanto previsto un nuovo Regio decreto (n. 1755 del 16 ottobre 1924). Con questo si stabiliva, riconfermando l’obbligo della laurea in Medicina e Chirurgia, che per esercitare la professione bastava soltanto sostenere la prova di Clinica Odontoiatrica all’esame di Stato; non era nemmeno vincolante il conseguimento del titolo di specialista. Il Chiavaro, successivamente, venne addirittura trasferito d’ufficio all’Università di Genova e il suo posto venne occupato dallo stesso Perna, già ordinario a Bari, “per chiara fama”. Da questo momento in poi la tendenza fu quella di considerare il medico come unico professionista odontoiatrico; in tal senso si espressero i già citati Arturo Beretta e Gaetano Fasoli, rispettivamente professori ordinari di Clinica Odontoiatrica a Roma e a Milano, che furono i principali corifei di questa concezione.

Beretta sosteneva addirittura nel 1935:
“La manualità stomatologica va sempre più orientandosi verso un indirizzo rigorosamente medico e biologico; nessuno meglio del laureato in medicina è adatto a eseguirla razionalmente, alimentandola con la fiamma viva dell’esperimento e dell’osservazione esatta e adattando a quella i principi generali di biologia e di fisiologia, di patologia, di clinica e di terapia appresi durante il corso di studi superiori”6.

Parole certamente forti e forse all’epoca necessarie: ribadiamo però la grande lacuna che nessuno dei sostenitori del “Principio Stomatologico” ha mai affrontato seriamente: quello della formazione pratica del dentista.

Per essere completo e garantire così una correttezza sostanziale, il decreto Boselli avrebbe dovuto non solo obbligare alla laurea in Medicina chi voleva esercitare la professione di dentista, ma anche stabilire un corso obbligatorio di specializzazione post-laurea; questo avrebbe consentito di creare odontoiatri preparati non solo dal punto di vista clinico, ma anche tecnico e merceologico cosa che non avveniva nei medici non specialisti.

Scriveva infatti Silvio Palazzi (1892-1979) nel 19567: “Molti delusi dell’esercizio della Medicina si rifugiarono in quello dell’Odontoiatria, in modo tanto illegale quanto poco dignitoso e assurdo, con obiettivi utilitaristici e commerciali: si ebbe l’invasione disordinata in campo odontoiatrico di laureati in Medicina, ma impreparati in Odontoiatria, soprattutto nella clinica protesica, nell’odontotecnica e nell’ortodonzia. Occorrono specialisti che siano anche medici, non solo medici che siano anche specialisti”. Silvio Palazzi fu certamente uno degli odontoiatri più noti in Italia. Direttore della Clinica Odontoiatrica dell’Università di Pavia per circa un quarantennio, fu l’unico docente universitario che sostenne se non l’autonomismo odontoiatrico perlomeno l’obbligo di una preparazione specifica post-laurea.  A tal proposito condusse un’appassionata lotta personale per l’elevazione dell’Odontoiatria; suonano profetiche le parole che scrisse già a partire dal 1930: “La laurea in Medicina non deve essere considerata un punto di arrivo per l’esercizio della nostra specialità: essa è solo un punto di partenza. È un elemento necessario sì ma non sufficiente: la scuola, non dà le cognizioni definitive ma dà solamente la propedeutica fondamentale all’esercizio professionale; (…) occorre, varcata la soglia della scuola di medicina, arrivare a un nuovo insegnamento che potrà completare quello avuto durante gli studi medici (…) Bisogna in modo assoluto che possano esercitare la specialità solo i medici che abbiano conseguito regolarmente un diploma di specialista in una scuola speciale e che tutti gli altri non possano atteggiarsi a odontoiatri ed esercitare l’Odontoiatria”8. Purtroppo, negli anni a venire l’Odontoiatria italiana ebbe a subire alterne vicende. Da un inizio promettente, come abbiamo sopra evidenziato, che sembrava definitivamente portarla nell’alveo delle discipline mediche equiparandola come dignità e importanza a esse, l’Odontoiatria andò incontro a una fase statica.
Prima della seconda guerra mondiale in Italia vi erano quattro cattedre di Clinica Odontoiatrica occupate da professori di ruolo (Bologna, Genova, Milano, Roma).

5. Gaetano Fasoli.
5. Gaetano Fasoli.

Collocati a riposo o venuti a mancare, i titolari non erano più stati rimpiazzati; non furono più banditi concorsi universitari, per cui nell’immediato secondo dopoguerra in Italia era rimasto in attività un solo professore ordinario della materia (Beniamino De Vecchis a Roma); tutti gli altri erano professori incaricati non di ruolo e molto spesso dirigevano cliniche che erano a mala pena in grado di garantire assistenza medica, non essendo minimamente attrezzate per la didattica.

Il problema della formazione dell’odontoiatra non era sentito; il conseguimento del titolo di specialista, ritenuto solo da alcuni necessario, continuava a non essere né vincolante né obbligatorio. La frequenza stessa nelle scuole di specialità in molti casi non era peraltro ritenuta obbligatoria; la grande maggioranza dei dentisti italiani non presentava la qualifica di specialista e aveva una preparazione compiuta in modo autodidattico.

Solamente pochi professionisti sentivano l’esigenza di un continuo aggiornamento post-laurea frequentando corsi e congressi. I più si accontentavano di svolgere modestamente una professione che non era molto dissimile da quella che esercitavano i chirurghi-dentisti di un secolo prima.

In tale stato di cose, forse in anticipo rispetto ai tempi ma senz’altro in modo lungimirante, fu ancora il Palazzi che avanzò una proposta rivoluzionaria: le parole che seguono manifestano un’attualità sconcertante: “Possiamo trovare razionale il concetto di disporre che il corso che porta all’esercizio dell’Odontoiatria come specialità possa essere fatto in comune con la facoltà di Medicina fino al terzo anno o meglio fino al quarto, durante il qual periodo si svolgeranno, del pari in comune, gli insegnamenti e gli studi medico-chirurgici fondamentali, e che al quarto anno si inizi la specializzazione verso l’Odontoiatria mediante studi pratici e clinico-scientifici della specialità (…)”9.

E ancora più chiaramente: “Noi proporremmo quindi una riduzione del corso di laurea in Medicina da sei a quattro anni, per tutte le specialità. Dopo questi anni lo studente avrebbe una laurea in Medicina di puro valore accademico con la quale può essere ammesso agli studi delle varie specialità della medicina e della chirurgia, fra cui l’Odontoiatria”10.
Si intravede qui un concetto che troverà applicazione una quarantina di anni dopo, anche se in campi differenti, relativamente alle lauree di primo livello e alle lauree specialistiche.
Tuttavia, come abbiamo detto, ciò rimase una voce fuori dal coro ancora per lungo tempo.

6. Amedeo Perna.
6. Amedeo Perna.

Nei primi anni Settanta, quando si iniziò a valutare l’entrata dell’Italia nella Comunità Europea, divenne necessario rivedere determinate posizioni per equiparare la figura del dentista italiano a quella degli altri paesi europei. Nacquero, a tal proposito, varie associazioni volte a sensibilizzare il mondo politico e universitario all’istituzione di un corso di laurea autonomo, vista l’impossibilità della creazione di una facoltà di Odontoiatria: fra queste ricordiamo l’USO (Unione Studenti Odontoiatria) e specialmente l’URIO (Unione Riforma Insegnamento Odontoiatrico) che condussero, attraverso stampa e convegni nazionali, un’azione molto forte fra l’indifferenza o l’ostilità di molti.
Finalmente, con il DPR n. 135 del 28 febbraio 1980 viene istituito il tanto auspicato corso di laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria.
Iniziarono però sin da subito a manifestarsi alcune problematiche. I neo-laureati in Odontoiatria, al lato pratico, non erano messi in grado di esercitare la professione non potendosi iscrivere all’Ordine dei medici, riservato esclusivamente ai laureati in medicina e chirurgia.
Intervenne allora la legge n. 409 del 14 luglio 1985, che istituendo la professione dell’odontoiatra creava nel contempo un apposito albo in seno all’Ordine dei medici.

D’ora in avanti l’Ordine professionale si chiamerà “dei medici-chirurghi e degli odontoiatri”. Però di fatto, in questo modo, l’Italia oltre a creare la figura del dentista “professionista che esercita a un titolo diverso dal medico” interviene anche sulla professione di medico stomatologo, iscritto all’Albo dei medici, sovrapponendo le due professioni; la medesima legge 409 all’articolo 20 prevede l’opzione di iscrizione per l’uno o per l’altro Albo.

7. Silvio Palazzi.
7. Silvio Palazzi.

Dopo vari ricorsi, la sentenza della Corte Costituzionale n. 100 del 22 febbraio 1989 fa cadere l’obbligo dell’opzione.
Varie discussioni si trascinano per circa un decennio finché viene resa obbligatoria l’iscrizione all’Albo degli odontoiatri per l’esercizio professionale.
A esso possono iscriversi: i laureati in Medicina e Chirurgia specialisti in Odontostomatologia o immatricolati all’Università prima del 1980; i laureati in Medicina e Chirurgia immatricolati in un anno compreso fra il 1980 e il 1985 che abbiano sostenuto una prova attitudinale (decreto legge 386 13 ottobre 1998); i laureati in Odontoiatria e Protesi Dentaria.

Così, attualmente in Italia possono esercitare l’Odontoiatria tre figure professionali: le prime due andranno a esaurimento, mentre rimarranno i laureati in Odontoiatria.
Permangono però ancora dei problemi insoluti; ne sono espressione, per esempio, le recenti diatribe riguardo la possibilità o meno per il medico specialista in chirurgia maxillo-facciale di poter esercitare autonomamente l’Odontoiatria.
D’altro canto nel percorso universitario del futuro odontoiatra si dà più risalto alle materie tecnico-specialistiche che a quelle medico-biologiche: ne consegue che molti giovani professionisti non sono a volte in grado di gestire, nei propri studi, un paziente scoagulato, un diabetico scompensato, un paziente pluripatologico o far fronte a un’urgenza medica di qualsiasi natura.

Quale evoluzione, allora, potrebbe esserci nell’Odontoiatria italiana?
Fermo restante il fatto che i diritti acquisti sono intoccabili, sarà il caso, onde evitare ulteriori prese di posizione che nuocciono certamente a tutti, ripensare a quanto già considerato dal Palazzi negli anni Cinquanta, ovvero il cosiddetto “percorso a Y” per il compimento degli studi e della formazione odontoiatrica.

Si potrebbe, secondo il nostro parere, concepire una laurea di primo livello, triennale, in comune con la facoltà medica dove è possibile acquisire i fondamenti medico-biologici principali; non solo anatomia, fisiologia e patologia generale, ma anche medicina interna e chirurgia generale, con frequenza obbligatoria nei reparti.
Dopo questo triennio, ribadiamo uguale per tutti, chi vorrà praticare l’Odontoiatria si orienterà verso una laurea di secondo livello con materie specialistiche; chi vorrà continuare in campo medico proseguirà con un indirizzo medico o chirurgico a seconda dei casi.

Una volta compiuti i sei anni (3+3), sia in un senso che nell’altro, chiunque potrebbe accedere nuovamente a una laurea specialistica: chi compie un percorso completamente medico (laurea triennale di base più laurea triennale in Medicina, per esempio) potrebbe completare la propria formazione con una laurea triennale in Odontoiatria.
Solo così a nostro avviso si potrebbe cercare di ovviare a tutte le polemiche che tuttora flagellano la nostra professione.

Corrispondenza
Prof. Paolo Zampetti
paolo.zampetti@tiscali.it

Paolo Zampetti
Professore di Storia dell’Odontoiatria presso il corso di laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria, Università degli studi di Pavia

Note
1. Platschick C. Il passato, il presente, il futuro della Stomatologia. Milano, 1908.
2. Platschick C, cit.
3. A tal proposito si vedano i seguenti articoli di Paolo Zampetti. La prima libera docenza italiana ed il primo insegnamento ufficiale di Clinica Odontoiatrica: Carlo Platschick a Pavia (1891). Doctor Os 2005;16(3):262-63; Odontoiatria clinica e didattica in Italia fra 800 e 900: gli esempi di Carlo Platschick (1853-1912) e Ludovico Coulliaux (1863-1929) in Atti del IX Congresso Nazionale della SISOS (Società Italiana di Storia dell’Odontostomatologia) a cura di Paolo Zampetti, Saronno 2006, 1-16; Agli albori dell’odontoiatria italiana. Carlo Platschick e l’Istituto Stomatologico, in Milano scientifica 1875-1924, vol. 2. Milano: Sironi Editore; La rete del perfezionamento medico, a cura di Elena Canadelli e Paola Zocchi, pag. 279-330. Milano: Sironi Editore, 2008; L’Odontoiatria italiana nel Novecento: primi sviluppi clinici e scientifici della disciplina. Doctor Os 2009;20(5).
4. Citato in Rizzuti A. Indirizzo medico ed indirizzo autonomo degli studi odontoiatrici; studio storico e critico. Min Stomat 1967;16(10):678-82.
5. Riportiamo integralmente il testo del decreto Boselli.
Art. 1- Chi vuole esercitare l’odontoiatria, la protesi dentaria e la flebotomia deve conseguire la laurea in medicina e chirurgia.
Art. 2- L’insegnamento dell’odontoiatria è impartito nell’Istituto Chirurgico delle Facoltà del Regno le quali dimostrino di possedere i mezzi necessari e le persone capaci di tale insegnamento, secondo i più recenti progressi della specialità.
Art. 3- La nomina dell’insegnante deve essere fatta secondo le norme vigenti per il conferimento degli incarichi, od eventualmente, dei professori straordinari, sentito il consiglio superiore.
Art.4- Coloro che hanno intrapresi i corsi di flebotomia o di odontoiatria prima della pubblicazione di tale decreto potranno compierli e ottenere il rilascio dei relativi diplomi coll’osservanza delle norme precedentemente in vigore. Ad essi pure sarà permesso l’esercizio della professione non altrimenti che ai flebotomi e ai dentisti contemplati dall’art.60 del regolamento del 9 ottobre 1889 n 6442(serie III).
6. Beretta A. Il Principio Stomatologico. Milano: Acta Medica Italica, 1935.
7. Palazzi S. Politica stomatologica o stomatologia politica? Prolusione letta nell’Aula Magna dell’università di Pavia per l’inaugurazione dell’Anno Accademico 1956-57.
8. Palazzi S. Per l’ascensione della Stomatologia nelle Università. Nuova Rassegna di Odontoiatria 1930;8:459.
9. Palazzi S. I problemi che travagliano il campo dentari. Odontoiatria Sociale 1948;23-24.
10. Palazzi S. Riforma degli studi per gli specialisti in odontoiatria. Rivista Italiana di Stomatologia 1952;9.

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· Platschick C. Il passato, il presente e l’avvenire della stomatologia. Giornale di Corrispondenza pei Dentisti, Milano 1908.
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· Zampetti P. Ludovico Coulliaux (1863-1929), pioniere dell’odontoiatria scientifica in Italia. Doctor Os 2005;16(9):1108-09.
· Zampetti P. Silvio Palazzi (1892-1979), pioniere della moderna odontostomatologia. Doctor Os 2006;17(4).
· Zampetti P. Odontoiatria clinica e didattica in Italia fra 800 e 900: gli esempi di Carlo Platschick (1853-1912) e Ludovico Coulliaux (1863-1929) in Atti del IX Congresso Nazionale della SISOS (Società Italiana di Storia dell’Odontostomatologia), a cura di Paolo Zampetti, Saronno 2006, 1-16.
· Zampetti P. Cattedre, scuole, cliniche odontoiatriche in Italia agli inizi del ‘900: valutazione comparativa sulle origini. Atti del X e XI Congresso Nazionale della SISOS (Società Italiana di Storia dell’Odontostomatologia) 2007-2009, Pavia 2011;35-48.

 

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