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Attraverso questo paradigma l’odontoiatria può confrontarsi con i problemi della salute orale nelle comunità più svantaggiate dei Paesi in via di sviluppo, ma anche in Italia, come spiega Giancarlo Vecchiati, 61 anni, medico e odontoiatra libero professionista, vice presidente di COI, Cooperazione Odontoiatrica Internazionale.

La storia di COI, la Onlus Cooperazione Odontoiatrica Internazionale nata nel maggio del 1993 da un gruppo di amici e colleghi che per anni ha collaborato con l’ONG Medicus Mundi Italia, l’organizzazione non governativa al cui interno era attiva un’area specialistica odontoiatrica, si intreccia con quella del suo attuale vice presidente, Giancarlo Vecchiati, torinese, libero professionista, medico specializzato in Odontostomatologia, ma anche promotore, nel 2006, in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino, del master universitario di I livello in “Sviluppo della salute del cavo orale nelle comunità svantaggiate e nei Paesi in via di sviluppo”, un percorso di studi unico nel suo genere in Europa, finalizzato alla preparazione degli operatori destinati ad attività lavorative o di volontariato nel campo della solidarietà e della cooperazione internazionale, di cui Vecchiati è anche docente. Attivo sul fronte del volontariato sin da ragazzo, dapprima nel settore socio-sanitario nell’assistenza degli anziani ospedalizzati, poi, dopo la laurea in Medicina, in Burundi come medico, nel 1985, grazie all’incontro con il professor Guido Goracci, Ordinario di Conservativa presso l’Università La Sapienza di Roma, che aveva maturato una solida esperienza in Somalia nell’ambito degli accordi italo-somali di formazione universitaria, Vecchiati prende parte a un progetto di cooperazione tra Italia ed Etiopia di formazione di personale odontoiatrico da destinare alle esigenze della popolazione locale. Il progetto, finanziato dal Ministero degli Affari Esteri, diretto alla preparazione di dental terapist, una figura intermedia tra l’odontoiatra e l’igienista dentale di nostra concezione, che avrebbe avuto il compito di operare sul territorio allora privo quasi del tutto di assistenza odontoiatrica, nel 1993, purtroppo, a causa della guerra civile scoppiata nel Paese, si interruppe, fornendo però l’occasione agli operatori coinvolti nel progetto stesso di riflettere sulla necessità di dare nuova forma all’impegno e alle idee nel frattempo maturate.

Dottor Vecchiati, con quali obiettivi è nata la COI?

La Cooperazione Odontoiatrica Internazionale è nata con l’intento di portare l’odontoiatria nell’ambito della cooperazione internazionale per dare attenzione alla “realtà negata”, come era in quegli anni, della salute orale e quindi per affermare la dignità della nostra professione all’interno dei progetti di cooperazione nei Paesi in via di sviluppo. Agli inizi degli anni ’90 capimmo che l’impegno di volontariato di molti di noi, che si limitava al cosiddetto turismo umanitario nei periodi di vacanza, da soli o in piccoli gruppi, non era più sufficiente per rispondere alle necessità. Cosi nacque COI: per garantire maggiore continuità d’azione e per realizzare progetti di sviluppo e di emergenza. Nel 2005, dopo 12 anni di attività, il Ministero degli Affari Esteri ha riconosciuto la COI come Organizzazione non Governativa.

Qual è la difficoltà maggiore in questo settore?

È il confronto tra le diverse culture. È capire che non è possibile portare la nostra tecnologia e le nostre procedure tecnico-operative nei luoghi di destinazione senza tener conto delle differenze culturali, economiche e sociali. Abbiamo imparato che per dare continuità a un intervento di cooperazione bisogna formare il personale locale poco per volta. Oggi la COI si occupa prevalentemente di formazione e di supervisione degli operatori, formati ovviamente non sui modelli didattici del Nord del mondo, ma su altri criteri. Abbiamo creato corsi di formazione ad hoc, concentrandoci in modo particolare sulle tecniche di tipo conservativo, allineandoci alla metodica ART, Atraumatic Ristorative Treatment, una tecnica a basso costo e bassa invasività, messa a punto dall’Università di Nijmegen in Olanda, in collaborazione con l’OMS, praticabile anche da operatori non specializzati in questa branca, come gli infermieri professionali, ma adeguatamente formati.

Dalla vostra esperienza è nato anche un percorso di studi, unico in Europa nel suo genere, finalizzato alla preparazione degli operatori interessati ad attività lavorative o di volontariato nel campo della solidarietà e della cooperazione internazionale…

Il master universitario di I livello in “Sviluppo della salute del cavo orale nelle comunità svantaggiate e nei Paesi in via di sviluppo”, nato in collaborazione con l’Università degli Studi di Torino, è un’altra tappa del nostro percorso. Ha molteplici obiettivi, tra cui quello di mettere in grado gli operatori che decidono di sposare la causa della cooperazione internazionale, di avvicinare le realtà culturali in cui andranno a operare in modo consapevole, attraverso una formazione certificata che si avvale di una serie di esperti internazionali che portano la loro esperienza validata in anni di attività nei Paesi in via di Sviluppo.

Tra breve partirà la IV edizione: com’è strutturato il master?

È diviso in diversi filoni. Il primo è di tipo propedeutico, cioè introduce ai concetti della salute globale, ovviamente mirata alla salute orale, ai problemi ma anche alle opportunità legale alla globalizzazione, all’analisi dei sistemi sanitari del mondo, oltre che alle cause che influiscono e determinano le malattie, come la povertà e le disuguaglianze. E da quest’anno avvicina lo studente anche alla conoscenza delle medicine non convenzionali. Il secondo filone riguarda l’odontoiatria e la salute orale nell’ambito delle comunità svantaggiate in Italia, con particolare riferimento al problema degli anziani. In Piemonte, proprio grazie al lavoro di tesi di alcuni studenti del master, abbiamo scoperto una triste realtà: il 15-20% degli anziani istituzionalizzati visitati ha evidenziato la necessità di interventi quasi d’urgenza dovuti alla presenza di fistole, di infezioni croniche e di ascessi mai diagnosticati. Purtroppo la crisi economica attuale mette in secondo piano questi problemi sanitari che andrebbero comunque affrontati e che interessano in modo particolare l’igienista dentale, proprio la figura che si è occupata di questo studio. All’interno del master, sempre in Italia, affrontiamo la questione delle comunità svantaggiare costituite da migranti: sovente le diverse condizioni di vita a cui si devono adeguare generano problemi particolari, soprattutto nei bambini, i pazienti sui quali rivolgiamo principalmente la nostra attenzione. Il terzo filone riguarda invece la cooperazione internazionale in senso stretto: forniamo ai partecipanti gli strumenti per conoscere la realtà e le problematiche sanitarie e di salute orale dei Paesi a basso reddito e per conseguire la capacità di lavorare in partnership secondo le linee guida della cooperazione, contribuendo efficacemente a un programma sul campo nelle sue varie fasi di realizzazione (per informazioni sul master, www.cooperazioneodontoiatrica.eu).

Competenze ormai quasi indispensabili per chi opera come sanitario nel cosiddetto villaggio globale….

Sì, dal punto di vista, per così dire, utilitaristico si tratta di nozioni che possono essere utili anche nella pratica quotidiana.

Nei nostri studi può capitare di incontrare pazienti provenienti dall’Est Europa, da paesi africani o asiatici, persone con vissuti e aspettative completamente diversi da quelli di cui abbiamo conoscenza diretta.

Per questo nel master occupa uno spazio importante l’odontoiatria trans-culturale, ma anche l’odontoiatria sociale rivolta ai nostri concittadini: non proponiamo un’odontoiatria low-cost o, peggio ancora, un’operazione di marketing, ma suggeriamo la necessità di prendere coscienza del ruolo centrale che un operatore sanitario, medico o odontoiatra che sia, dovrebbe avere nell’ambito del tessuto sociale in cui opera.

Alla luce di questa esperienza, come sarà, a suo avviso, l’odontoiatra di domani?

Stiamo assistendo a un’evoluzione culturale dell’odontoiatria che l’Università deve assecondare, aiutando a costruire l’habitus culturale, etico e ideologico del nuovo “professionista – cittadino del mondo” . Un professionista che dovrà essere non solo un valido operatore ma un esperto di salute, attento alla persona nella sua globalità e non solo alla patologia, in grado di interagire con tutte le problematiche esistenti anche al di fuori dei nostri studi odontoiatrici. Dobbiamo uscire dal nostro mondo e dall’autoreferenzialità, aprirci ai problemi emergenti, all’incontro dei saperi e agire per fornire risposte giuste e adeguate. La chiave di tutto è nella multidisciplinarietà, nella capacità di interagire con altri professionisti come il medico, lo psicologo, il sociologo e l’antropologo, ciascuno di diversa estrazione, ma tutti orientati verso la stessa idea di salute globale. Insomma, così come allo sviluppo tecnologico e scientifico della nostra disciplina dobbiamo abbinare l’approfondimento di tutte queste tematiche, altrettanto, nel fare volontariato o cooperazione internazionale non possiamo basarci solo sulla nostra buona volontà, ma fare riferimento anche a ben precisi strumenti formativi e culturali.

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