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Luca Cordaro

Non aveva ancora 30 anni quando il padre, scomparso prematuramente, lasciò a lui e al fratello la gestione di un grande studio odontoiatrico. Nel 2002, a soli 38 anni, viene nominato primario del reparto di Parondontologia e Implantologia al G. Eastman di Roma, nel 2004 Education Delegate della sezione italiana dell’ITI.

È Luca Cordaro, romano, 44 anni, medico chirurgo, specializzato in Odontostomatologia e in Chirurgia Orale, Dottore di ricerca in discipline Odontostomatologiche. Aveva 61 anni suo padre Valerio, primario all’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù di Roma, quando una mattina se ne andò improvvisamente. Luca e Massimo, oggi Professore Ordinario di Odontoiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore, con sede al Policlinico Gemelli di Roma, si ritrovarono soli, col peso e la responsabilità di uno studio professionale, con molti dipendenti. Poco prima, Luca era divenuto aiuto all’ospedale odontoiatrico George Eastman di Roma. La sua formazione comincia come allievo del Professor Iannetti, una delle massime autorità internazionali nel campo della chirurgia maxillo-facciale, e si completa con diversi periodi di aggiornamento in Europa e negli Stati Uniti. Nel 2002 diviene primario del Reparto di Parodontologia e Implantologia dell’Ospedale G. Eastman di Roma. L’anno seguente è nominato Fellow dall’ITI, l’International Team for Implantology, la prestigiosa società scientifica internazionale che conta nel mondo 5 mila soci ordinari e 450 soci attivi (Fellow), che gli assegnerà nel 2004 il ruolo di Education Delegate della sezione italiana. Una carriera precoce, dunque, sulle orme di una tradizione familiare, ma costruita ogni giorno anche con l’impegno e la dedizione di chi ama oltremisura il proprio lavoro.

Dottor Cordaro, cosa significa far parte di una così importante società scientifica come l’ITI?

I soci attivi dell’ITI sono nominati per cooptazione.
Un giorno ho ricevuto la comunicazione dalla società scientifica. Ho accettato di entrare a far parte dell’ITI con grande gioia. D’altronde, mi è sempre piaciuto occuparmi di ricerca clinica e tenere relazioni a corsi e congressi. ITI è un’associazione scientifica prestigiosa che ha due caratteristiche fondamentali. Innanzitutto riveste un carattere internazionale: è meraviglioso poter entrare in contatto con colleghi di altri Paesi, con culture diverse dalla nostra. Poi, è una realtà assolutamente aperta: l’aspetto politico, presente in molte associazioni, è poco importante nell’ITI. È un’organizzazione che premia l’impegno, l’entusiasmo e la qualità del lavoro scientifico realizzati e niente altro. Attualmente siedo nel comitato, di cui fanno parte solo 5 professionisti, responsabile delle strategie per l’educazione promossa dall’ITI in tutto il mondo.

Lo scorso maggio ITI ha organizzato un corso di formazione in collaborazione con l’Università di Bologna. Di cosa si è trattato?

Il panorama odontoiatrico italiano è costituito da molte persone che praticano la disciplina ad alti livelli e che pubblicano con regolarità contributi scientifici. Tuttavia, esistono anche molti colleghi che, pur avendo esperienze cliniche di grande valore, non posseggono gli strumenti per tradurle in un linguaggio scientifico. Il corso si è prefisso l’obiettivo di insegnare a progettare, a scrivere, ma anche a leggere un lavoro scientifico. L’odontoiatria di oggi si sta indirizzando sempre più verso studi prospettici controllati che, a differenza degli studi clinici tradizionali, permettono di effettuare un controllo sull’efficacia reale dei trattamenti attuati. La ricerca ha bisogno del contributo di tutti.

Quali sono le attività organizzate dalla sezione di ITI Italia?

Nel 2009 organizzeremo a Milano il 3° Congresso Nazionale, nel 2006 a Roma per la seconda edizione abbiamo avuto più di 1000 partecipanti. Dal 2006 offriamo un curriculum formativo di implantologia su tutto il territorio nazionale con programmi omogenei secondo la classificazione SAC (semplice, avanzato, complesso). Lo scorso anno si sono svolti più di 20 corsi tenuti dai Fellows italiani con più di 450 dentisti partecipanti. Nel 2007 è partito un nutrito programma di Gruppi di Studio organizzato lungo tutta la penisola. 

Qual è il rapporto tra ITI e Straumann? 

ITI è un’associazione professionale, gestita da professori universitari e da liberi professionisti, finanziata in larga misura, anche se non esclusivamente, da Straumann. Sin dalle origini, il rapporto tra ITI e Straumann si è basato sulla più assoluta indipendenza reciproca. L’azienda non interferisce in nessun modo nelle attività scientifiche e di formazione di ITI. Straumann ha scelto di affidare le attività di ricerca e di sperimentazione a una società scientifica indipendente che, sulla base di protocolli decisi da ITI, certifica il valore dei prodotti. Grazie a questo rapporto di collaborazione molto stretto, ma indipendente, Straumann si assicura la più alta qualità, insieme alla più assoluta integrità.

Essere Education Delegate di ITI, significa godere di un punto di vista privilegiato sul mondo della formazione. Come sta l’Italia in questo ambito?

Ho un’idea molto dura sulla formazione nel nostro Paese. A mio avviso, l’Italia soffre di un problema politico in quest’ambito che non riguarda solo i dentisti, ma l’intero mondo universitario. Si forma un numero di professionisti di gran lunga superiore alle necessità del mercato. È una situazione che dura da decenni e che nessuna associazione di categoria è mai riuscita a risolvere. Ciò determina molti problemi. Innanzitutto, la selezione dei professionisti avviene sul campo a discapito dell’utenza: sarebbe bene che ciò avvenisse prima. Poi, il professionista è costretto a compiere scelte condizionate dal mercato, più che dal proprio orientamento professionale. Per non parlare poi, della difficoltà di molte Università a formare in maniera adeguata i futuri professionisti. Questo è dimostrato dall’enorme richiesta di formazione post-universitaria, sia nell’ambito dell’implantologia, sia in altre branche, come l’odontoiatria ricostruttiva o la protesi.

Qual è a suo avviso il futuro dello studio monoprofessionale?

In Italia, l’organizzazione degli studi non è mai stata particolarmente intelligente dal punto di vista economico. Gli studi monoprofessionali incontrano grossi problemi sul versante del contenimento dei costi perché la nostra attività comporta grandi esborsi economici. Personalmente sono un fautore dell’attività professionale svolta in forma associativa, anche se penso che la nostra sia una professione che non possa e non debba diventare di tipo industriale. Il nostro lavoro è fatto di passione e di grande impegno. Credo che lo studio monoprofessioanle sia destinato a lasciare il posto a grandi studi che hanno maggiori possibilità di concorrere sul mercato, offrendo prestazioni di alto livello, ma a prezzi più contenuti.

L’odontoiatra deve essere anche un esperto di management?

L’organizzazione economica di un’attività è importante, ma esula dall’aspetto scientifico. Il cuore dell’attività odontoiatrica è la capacità di produrre prestazioni in modo corretto, con precisione ed entusiasmo. Il paziente è molto sensibile al rapporto umano e percepisce l’entusiasmo e l’amore con cui si opera. Credo sia importante tenere separato l’aspetto economico-gestionale da quello strettamente professionale: non dovremmo essere venditori di salute.

A proposito di salute e bellezza, cosa ne pensa dell’odontoiatria cosmetica?

Riuscire a ridare il sorriso a una persona che l’ha perso è una delle gratificazioni della nostra professione. Rimango invece molto perplesso rispetto alle richieste di chi desidera modificare alcuni caratteri esclusivamente estetici del proprio sorriso per adeguarsi a discutibili canoni estetici proposti dai mass-media. È un settore che non mi interessa.

Dottor Cordaro, per concludere, è davvero in crisi il rapporto tra odontoiatra e paziente? Un tempo era una relazione basata sulla piena fiducia, oggi sulla diffidenza…

Sono primario in una struttura ospedaliera ed eseguo personalmente oltre 3 mila prime visite all’anno. Sinceramente non ho esperienza di questo atteggiamento. Trovo, invece, che non siano tanto i pazienti ad aver tradito la fiducia, quanto alcuni colleghi che hanno preso la brutta abitudine di svalutare l’operato altrui. Tuttavia, in Italia il problema dei contenziosi non è diffuso come in altri Paesi, forse anche perché le persone non hanno grande fiducia nella nostra giustizia.

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