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La detersione canalare e la rimozione di detriti costituisce un prerequisito fondamentale ai fini della guarigione del sito e, quindi, del successo di un ritrattamento endodontico. La guttaperca è un materiale peculiare per aspetto e consistenza: per approcciarlo e rimuoverlo (quantomeno idealmente) nella sua totalità, sono stati proposti diversi protocolli, alcuni – non tutti – dei quali prevedono l’impiego di solventi. Attualmente, le metodiche più impiegate sono quelle che prevedono l’utilizzo di sistemi rotanti abbinati ai solventi.

Tra i solventi chimici, le sostanze maggiormente documentate afferiscono a due categorie principali: solventi idrocarburici, tra cui xilene e cloroformio e solventi di derivazione naturale, come eucaliptolo e miscele a base di limonene (ad esempio GPR-OGNA e BIO-ORANGE).

Il cloroformio, in virtù della sua notevole efficacia e per la rapidità con la quale questa si manifesta, ha costituito per anni il prodotto di elezione. Negli ultimi tempi, alcuni professionisti hanno dibattuto sulla contemporaneità dell’uso di tale prodotto, oltre per la cautela richiesta dal suo utilizzo (per via degli effetti come anestetico inalatorio, in relazione anche alla volatilità del composto), per via della sua tossicità e, addirittura, carcinogenicità. Se per quest’ultimo dato non si ritrova riscontro sull’uomo, ma ve ne sono di sufficienti sul modello animale (gruppo 2B secondo l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro), anche un più probabile rischio di tossicità legato all’estrusione oltre apice del prodotto potrebbe, in realtà, non essere del tutto realistico dal punto di vista clinico, in virtù delle dosi normalmente utilizzate nella pratica. Più concreti i rischi derivanti da un’accidentale somministrazione intramucosa, documentata recentemente da un case report, ripreso anche sul sito dell’Accademia Italiana di Endodonzia.

Al di là di questo singolo episodio, che si può ritenere più unico che raro, già nel 2007 Campanella definiva i composti a derivazione naturale come un’alternativa valida al cloroformio, supportandone l’utilizzo clinico, pur ammettendone la minore rapidità d’azione, dato poi ribadito dallo studio di Almeida Gomes del 2013.L’altro elemento da considerare è rappresentato dal canal sealer, ovvero dal cemento endodontico, impiegato per completare l’effetto sigillo della guttaperca. Idealmente, esso dovrebbe a sua volta essere rimosso il più possibile, al fine di esporre la totalità dello spazio endocanalare agli irriganti, per una più completa disinfezione del microbiota persistente. Il panorama dei cementi endodontici è variegato dal punto di vista biochimico – ossido di zinco eugenolo, resine epossidiche e anche MTA – il che può costituire una problematica nel definire protocolli standardizzati con solventi sempre efficaci. In questo caso, la letteratura è meno ampia, ma si è arricchita nel 2015 con l’apporto degli studi di Hwang e di Obeid, i quali hanno osservato, in effetti, come i solventi – diversi da quelli considerati in precedenza – risultino maggiormente efficaci se utilizzati in maniera specifica sul cemento per il quale vengono indicati.

Riferimenti bibliografici

https://www.accademiaitalianaendodonzia.it/Letteratura-scientifica/argomento-del-mese/argomento/?id=1899

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29703617

http://revodonto.bvsalud.org/pdf/rsbo/v10n4/a09v10n4.pdf

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25747639

https://www.researchgate.net/publication/283891024_Retreatability_of_different_endodontic_sealers_using_chemical_solvents

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