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Così la definisce Laura Strohmenger, Coordinatrice delle attività del Centro di Epidemiologia Orale e Odontoiatria di Comunità dell’OMS, nonché  Professore Ordinario presso il CLOPD dell’Università degli Studi di Milano, dove insegna Odontoiatria Infantile, Scienze Comportamentali e Igiene e Prevenzione Orale.

Laura Strohmenger

Nata a Verona, da padre tedesco e madre romana (la sua famiglia, Bottai, porta un nome che dice qualcosa a chi conosce la storia d’Italia a cavallo tra le due guerre), Laura Strohmenger vive a Milano da quando aveva anni otto anni, racconta, cioè da quando la sua famiglia si trasferì nel capoluogo lombardo. Laureatasi a Parma in Scienze biologiche, la madre riteneva che per una donna fosse troppo impegnativo dedicarsi alla professione medica, Strohmenger inizia la sua carriera universitaria occupandosi di comportamento animale e umano, argomento della sua tesi di laurea, un filone di ricerca allora nuovo e interessante. Nel frattempo, matura la decisione di studiare anche medicina, laureandosi qualche anno più tardi. Ma è l’incontro con Giorgio Vogel, del tutto casuale, racconta, a segnare i passi successivi della sua storia professionale. Inizia così a occuparsi di epidemiologia in campo odontoiatrico per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, a Ginevra, dove ha sede l’OMS e dove si innamora di questa branca tanto da decidere di diventare odontoiatra. È questa, in breve, la storia di Laura Strohmenger, dal 1983 Coordinatrice delle attività del Centro di Epidemiologia Orale e Odontoiatria di Comunità dell’OMS presso l’Università degli Studi di Milano. Dal 1990 è Professore Ordinario presso il Corso di Laurea di Odontoiatria e Protesi Dentaria della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Milano e insegna Odontoiatria Infantile, Scienze Comportamentali e Igiene e Prevenzione Orale. Specializzata in Clinica Odontostomatologica e in Igiene e Medicina Preventiva, è docente presso le scuole di specialità di Ortognatodonzia, di Pediatria e di Igiene e Medicina Preventiva e presso la Laurea di Igiene Dentale dell’Università di Milano. Autrice di oltre trecento pubblicazioni, ha avuto numerosi incarichi in ambito istituzionale e ministeriale, in particolare nel gruppo di lavoro per la stesura delle “Linee guida per la promozione della salute orale e la prevenzione delle patologie orali negli individui in età evolutiva che devono essere sottoposti a terapia chemio e radio”. Direttore Sanitario della Clinica Odontoiatrica dell’Azienda Ospedaliera S. Paolo, dal 2008 è anche Coordinatore della Laurea Magistrale in Scienze delle Professioni Tecniche Assistenziali.

Professoressa Strohmenger, lo studio della biologia e dei comportamenti ha influenzato il suo modo di intendere l’odontoiatria?

Penso proprio di sì, è un approccio che mi è rimasto ancora oggi, i miei interessi continuano a essere fondamentalmente legati ai comportamenti, alla sociologia e all’economia che determina la nostra vita e il nostro modo di agire.

Si è detto e scritto molto sulla prevenzione, ma cos’è davvero?

È il sale della medicina dell’ultima parte del ‘900 e dei primi anni del ventunesimo secolo, perché il quadro delle malattie è profondamente cambiato, almeno su due versanti: su quello della ricerca da un lato, dove le grandi novità riguardano la tecnologia e la prevenzione, ma anche l’approccio clinico, e su quello della comunicazione. Il paziente di oggi è permeato da informazioni sanitarie fondamentalmente preventive, che poi utilizza o meno a seconda del livello di adeguamento dei suoi comportamenti alle novità della scienza. Pensiamo solo all’importanza che oggi ha per un italiano medio il concetto di pressione arteriosa, per esempio, o di ipercolesterolemia, o quello del fumo come fattore di rischio per le malattie cardiovascolari e il tumore al polmone: sono tutte nozioni ormai presenti per lo meno a livello di informazione teorica.

Qual è oggi il livello di incidenza della carie in Italia?

I dati epidemiologici in Italia sono molto parziali perché il Centro di Epidemiologia Orale e Odontoiatria di Comunità dell’OMS raccoglie informazioni solo su bambini e adolescenti. D’altronde, se  un Paese non ha istituzionalmente una rete di operatori pubblici preposti a raccogliere questi dati su indicazione del Ministero della Salute, nessuno è in grado di convincere grossi gruppi di adulti scelti a caso a sottoporsi a visite: questa è una grave mancanza che ci impedisce di avere il quadro completo della situazione.  Per quanto riguarda i bambini, invece, è sufficiente citare un dato,  negli anni ’82-’83, a 12 anni, i bambini italiani avevano mediamente otto carie sui denti permanenti, nel 2006 i loro coetanei ne avevano solo 0,8: un miglioramento che sa di miracoloso.

C’è chi sostiene siano stati soprattutto i nuovi stili di vita e le campagne pubblicitarie attuate dai produttori di dentifrici a migliorare il livello di salute orale degli italiani, più che l’odontoiatria in sé: è d’accordo con questa analisi? 

La verità non è mai tutta da una parte. In effetti, dopo la seconda guerra mondiale i cittadini, avendo a disposizione più denaro e una serie di welfare, hanno speso parte dei propri soldi per utilizzare ciò che le multinazionali mettevano a disposizione, nel caso specifico dell’odontoiatria gli spazzolini da denti, i dentifrici e i collutori, ritenendo che comprare queste cose in qualche modo avrebbe portato loro benefici. Dall’altro lato i cittadini italiani hanno incominciato a leggere giornali e riviste, ad ascoltare i programmi televisivi sulla medicina, oltre che a rivolgersi all’odontoiatra per risolvere problemi, ma anche per ricevere messaggi di prevenzione. Purtroppo, non avendo dati a disposizione appunto, non siamo in grado di dire quanto il miglior grado di salute sia attribuibile a un aspetto e quanto all’altro, però sicuramente sono queste le due componenti basilari che hanno portato a un miglioramento generale.

Com’è cambiata in questi anni la professione odontoiatrica?

È cambiata radicalmente. Basti pensare che cento anni fa il dentista estraeva il dente quando il paziente lamentava dolore, oggi la situazione è completamente differente perché, come già diceva l’OMS negli anni ‘80 e nessuno ci credeva, il dentista è diventato un professionista preparato e in grado di mantenere la salute dei cittadini con le pratiche professionali che la ricerca ha messo a disposizione, un professionista capace, in alcune condizioni, di erogare terapie odontoiatrica di alto profilo professionale.

Come viene attuata oggi la prevenzione? L’igienista dentale è una figura sufficientemente riconosciuta?

Credo di sì, nonostante qualche resistenza fisiologica al cambiamento. La figura dell’igienista dentale è stata istituita diversi anni fa in modo un po’ timido, oggi però è sicuramente molto sostenuta e in crescita. Peraltro anche gli odontoiatri hanno compreso l’importanza della pratica preventiva che ciascuno attua nel proprio settore.  Il disagio in cui versa l’odontoiatria oggi, ma questa è la mia opinione personale,  deriva da una serie di altri motivi, alcuni dei quali neppure specifici dell’odontoiatria: forse siamo tanti e la quantità di odontoiatri che ogni anno laureiamo nelle nostre sedi universitarie è valutata rispetto alla potenzialità universitaria e non con sufficiente attenzione  rispetto alla richiesta di operatori nel Paese. Questo però deriva ancora una volta dal fatto che non abbiamo dati epidemiologici con i quali aiutare le istituzioni a capire come pianificare l’offerta.

Alla luce dei cambiamenti attuali, che ruolo assumerà l’odontoiatra di domani? Si occuperà in modo sempre più marcato del controllo e della diagnosi delle malattie sistemiche?

Sì, non c’è dubbio, perché la bocca è inserita in un contesto sanitario che ne sta evidenziando tutta la sua importanza. Oggi sempre più spesso abbiamo la possibilità di vedere o ricevere da altri specialisti pazienti con importanti compromissioni orali legate alla prevalenza dei tumori orali che vengono per fortuna esaminati, diagnosticati e trattati, in parte da noi e fondamentalmente dal chirurgo maxillo-facciale o dall’otorino.

Quindi la nostra funzione su questo versante è molto più importante rispetto a molti anni fa e questo naturalmente sottende anche un miglioramento di relazioni tra noi e questa fetta della medicina, anche per altre malattie sistemiche con complicanze sul cavo orale, come nel caso del diabete, della bulimia e dell’anoressia o delle terapie con bifosfonati o, ancora, delle infiammazioni delle gengive correlate con il parto prematuro e il basso peso del bambino alla nascita.

Per concludere, che ruolo potrebbe avere il Ssn nel promuovere la prevenzione in odontoiatria?

Potrebbe avere un ruolo fortissimo a dispetto del fatto che l’odontoiatria pubblica copre solo il 4-5% dell’odontoiatria italiana. I cittadini che si rivolgono oggi al Ssn per ragioni odontoiatriche sono quasi tutti anziani o persone in gravi difficoltà socioeconomiche. C’è da dire che l’Italia è un Paese “straordinario”: il Ministero della Salute negli ultimi cinque anni ha fatto moltissimo sull’odontoiatria di comunità, promulgando anche linee guide sulla prevenzione. Tutto ciò è stato fatto a regola d’arte, scegliendo veri esperti con curricula pertinenti al lavoro da svolgere, con l’approvazione da parte del Ministero e delle Commissioni Stato-Regione. A dispetto di ciò, però, ancora oggi ciascun odontoiatra professa la propria tesi su questo argomento, non curante del lavoro svolto.
Evidentemente l’Italia è un Paese dove la qualità e la pertinenza non interessano molto, col risultato che il cittadino deve ascoltare tesi discordanti, cercare informazioni e poi decidere chi abbia davvero ragione.

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