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Si definisce un odontoiatra di vecchio stampo, proprio come lo era il padre Valerio, Luca Cordaro, romano, 47 anni, medico chirurgo, specializzato in Odontostomatologia e in Chirurgia Orale, Dottore di ricerca in discipline Odontostomatologiche.
Un professionista attento alla tradizione, ma anche alle novità, come ha imparato frequentando l’International Team for Implantology.

Siede nel board dell’EAO, l’European Association for Osseointegration e della ITI, l’International Team for Implantology, la prestigiosa società scientifica internazionale che oggi conta nel mondo 10 mila associati e di cui Luca Cordaro, classe 1964, è fellow dal 2003 ed Education Delegate della sezione italiana dal 2004. Primario del reparto di Parondontologia e Implantologia al G. Eastman di Roma dal 2002, Cordaro è stato allievo del professor Iannetti, una delle massime autorità internazionali nel campo della chirurgia maxillo-facciale, ma anche di altri maestri che ha incontrato nel corso dei suoi aggiornamento in Europa e negli Stati Uniti. Insieme al fratello Massimo, Professore Ordinario di Odontoiatria Infantile e presidente del CDL in Odontoiatria presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, gestisce lo studio un tempo del padre, all’insegna della tradizione di famiglia, ma anche del più alto rigore tecnico-scientifico che questa professione richiede, oggi più che mai.

Dottor Cordaro, nel 2008 i soci ordinari dell’ITI erano 5 mila, oggi sono giusto il doppio: cosa ha permesso all’International Team for Implantology di crescere in modo così rapido?

Evidentemente la creazione delle associazioni nazionali, nate a partire dal 2000, ha dato i suoi frutti. Oggi l’ITI è l’associazione implantologica con il più alto numero di iscritti al mondo, molto attiva anche in Italia. Lo scorso novembre, a Firenze, s’è svolto il nostro congresso nazionale al quale hanno partecipato relatori di livello internazionale, come il Presidente della Società Italiana di Parodontologia, una società di professionisti molto aperti alle novità, con grande volontà di aggiornarsi e di ascoltare quanto di meglio ci sia nel panorama scientifico e professionale a livello italiano e internazionale.

Quali sono le ragioni che rendono l’ITI una società scientifica così attrattiva?

A mio avviso, sono diverse. Innanzitutto l’ITI, pur riconoscendosi in un partner industriale, ha comunque sempre voluto mantenere un’organizzazione assolutamente indipendente dal punto di vista scientifico e professionale, e questo è un elemento di sicuro valore. L’attività per così dire politica dell’associazione è strettamente legata alle capacità personali dei soggetti coinvolti che cercano di muoversi in un orizzonte europeo, un po’ meno campanilistico di quanto avvenga solitamente. I soci poi beneficiano di innumerevoli vantaggi: ogni anno ricevono un libro, l’ITI periodicamente pubblica delle treatment guides che affrontano particolari argomenti dell’odontoiatria implantare, inoltre ricevono quattro numeri della nostra rivista e possono partecipare gratuitamente o a prezzi ridotti a numerose iniziative promosse dalla società scientifica anche nell’ambito della formazione. Senza dimenticare che l’International Team for Implantology è di sicuro interesse per l’odontoiatra anche per il supporto alla ricerca clinica e di base di cui è artefice, grazie ai fondi, un milione di euro all’anno, che mette a disposizione per queste attività.

In Italia c’è chi sostiene che la formazione, anche in ambito implantologico, pur essendo di indubbio valore, sia poco ancorata alla realtà per l’odontoiatra comune. È una critica che condivide?

Bisognerebbe innanzi tutto mettersi d’accordo sul termine “comune”.È molto difficile classificare l’odontoiatra comune: nel corso di una carriera professionale ciascuna persona ha esigenze di formazione diverse, a seconda degli interessi professionali e dell’esperienza maturata. Ci sono colleghi giovani che desiderano approfondire tematiche legate alla formazione teorico-pratica di base, mentre i professionisti più affermati, ad esempio, sul mercato da diversi anni, sono più interessati alle attività di aggiornamento o di approfondimento di metodiche moderne da loro poco conosciute perché magari non presenti al momento degli studi universitari. Questo forse è anche il motivo per cui c’è una pletora di offerte in risposta a una grande richiesta: una situazione che dovrebbe dare suggerimenti a livello istituzionale. Personalmente però non trovo che l’offerta formativa sia separata dalla realtà clinica e professionale, forse il problema deriva dal fatto che molto spesso la formazione viene proposta dai relatori in maniera molto aristocratica, questo sì, con un’attenzione a trattamenti relativi a un’élite di pazienti, mentre noi sappiamo che in Italia esiste una grande disparità socio-economica, soprattutto relativamente al trattamento odontoiatrico, per cui ci sono persone che hanno una cura molto attenta della propria bocca e sono sempre state trattate in maniera adeguata, mentre forse la maggioranza delle persone ha più problemi di base. In effetti, far riferimento sempre al trattamento del paziente “ideale” in qualche maniera rischia di allontanare il collega dalla routine professionale. Ma tutto questo deriva da attitudini sviluppatesi nei paesi del Nord Europa, dove oggettivamente la situazione generale è abbastanza diversa dalla nostra: in quei contesti i pazienti hanno più accesso alle cure e seguono le indicazioni dell’igiene orale più del paziente medio italiano.

Cos’è per lei l’odontoiatria?

È un servizio all’utente. Forse ho una formazione e una visione antiche, però, secondo me, il fine economico nella nostra attività professionale non deve essere prioritario: il professionista si dovrebbe concentrare eminentemente sugli aspetti tecnico-professionali. Certo, per far questo sarebbe necessario disporre di una situazione organizzativa ideale che dovrebbe prevedere sicuramente una gestione ragionevole delle risorse economiche, quindi studi che lavorano 10 ore al giorno, personale sempre in attività senza momenti di intervallo, riduzione di costi nell’acquisto dei materiali, insomma, attività manageriali che però nella realtà italiana non sono molto frequenti…

Di quali altri problemi soffre, a suo avviso, questa professione?

Il problema più grande riguarda il numero dei professionisti. Purtroppo nel nostro Paese non è stato fatto nessun tipo di programmazione sul numero dei professionisti. Ci stiamo avvicinando a una situazione insostenibile: per il giovane laureato sarà sempre più difficile trovare uno sbocco professionale, visto che raramente gli odontoiatri vanno in pensione presto, e quindi sono pochi gli spazi che si rendono liberi per le generazioni future. Io penso che questo sia un problema che dal punto di vista istituzionale debba essere affrontato in maniera molto seria, così come dovrebbe essere analizzato il ruolo dell’odontoiatria pubblica nell’offerta sanitaria di questo Paese.

Che posto dovrebbe occupare… 

Secondo me è auspicabile che in un Paese moderno come il nostro una parte dell’attività odontoiatrica venga offerta dal servizio sanitario nazionale, che però, mi sembra, si rifiuti di stabilire e di prendere una decisione forse politicamente molto difficile. Questo ci porta a situazioni difficoltose da gestire, perché nelle diverse regioni, e spesso all’interno della medesima regione, ci sono organizzazioni pubbliche che perseguono obiettivi completamente diversi, perché non stabiliti in maniera univoca dal servizio sanitario nazionale; all’interno della stessa regione, per esempio, ci sono strutture ospedaliere che offrono prestazioni in convenzione, in altri contesti le stesse prestazioni sono invece offerte dietro pagamento conto terzi. È un sistema molto confuso di gestire le cose, che non consente agli assessori e ai direttori delle aziende sanitarie e ospedaliere di compiere alcuna programmazione.

Per concludere, nel concreto, come sarà lo studio odontoiatrico di domani, quello più conveniente per tutti, anche dal punto di vista economico?

Personalmente da 25 anni svolgo questo lavoro insieme ad altre persone, sia in ospedale che in studio, quindi, dal punto di vista umano, ma non solo, il confronto quotidiano con i pazienti e con i colleghi è una cosa che è entrata a far parte del mio essere. Il lavoro di equipe ha più una motivazione di carattere personale che economico. Tuttavia, penso possa essere vantaggioso su tutti i fronti, a livello economico, come sul piano dell’offerta professionale indirizzata al paziente. Nel nostro Paese, a differenza di molti altri economicamente più sviluppati, non è frequente delegare prestazioni specifiche ad altri colleghi, si tende a fare tutto all’interno dello studio. A maggior ragione, poter contare su diverse figure è un vantaggio. Questa esigenza in parte è stata risolta dai colleghi con una forma diversa di associazionismo, cioè mantenendo lo studio mono-specialistico, ma introducendo la figura del collaboratore esterno. Anche questa è una soluzione.

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