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Cesare Robello

Ancora poco diffusi in Italia, ma di grande utilità per la formazione continua dei liberi professionisti, rappresentano un modello verso cui tendere. È quanto sostiene Cesare Robello, genovese, classe 1955, past president ma anche socio fondatore dell’Accademia Italiana di Conservativa, da pochi mesi divenuto titolare di uno studio.

La carriera professionale di Cesare Robello, 57 anni, medico chirurgo specializzato in Odontostomatologia, past president ma anche socio fondatore dell’Accademia Italiana di Conservativa, è iniziata in un pomeriggio d’estate del 1980, il giorno stesso della sua laurea, racconta, quando si presentò nello studio del dottor Carlo De Chiesa per chiedergli di poter fare un po’ di esperienza. “Adesso goditi le vacanze”, gli suggerì quello che sarebbe diventato di lì a poco il suo maestro, “ci vediamo dopo Ferragosto”. È iniziata così la collaborazione di Cesare Robello come libero professionista a Saluzzo nello studio del dottor De Chiesa e del dottor Pescarmona. Un’esperienza, durata poco meno di un quarto di secolo, che ha permesso all’odontoiatra genovese di affinare le proprie conoscenze, non solo nella pratica quotidiana, ma anche durante le numerose trasferte professionali in giro per l’Italia, quando i viaggi in automobile con i due affermati professionisti di fatto si trasformavano in lezioni informali di odontoiatria.

Conseguita la specializzazione in Odontostomatologia nel 1984, Robello è divenuto Socio attivo dell’AIC, socio effettivo degli Amici di Brugg (di cui è ancora oggi consigliere) e socio attivo dell’American Academy of Restorativ Dentistry, oltre che  membro del gruppo di studio italiano di R.V. Tucker, un modello per la formazione continua in cui crede molto. Nel 2004, dopo 24 anni trascorsi a Saluzzo, è tornato a vivere nella sua città natale, Genova, dove è stato sino allo scorso dicembre socio, insieme ad altri tre collaboratori, nello studio del professor Tomaso Vercellotti. Da pochi mesi è divenuto titolare di uno studio che porta il suo nome, invece, e che presto condividerà insieme a uno dei suoi tre figli, attualmente iscritto al quarto anno di odontoiatria.

Dottor Robello, dopo molti anni di lavoro condiviso, dapprima come collaboratore, poi come socio di uno studio, è iniziata una nuova avventura…

Sì, dal primo gennaio ho aperto uno studio tutto mio. È stata una decisione impegnativa, sia dal punto di vista economico, soprattutto di questi tempi, considerando che oggi i margini di guadagno nel settore odontoiatrico si sono ridotti rispetto a vent’anni fa, sia sotto il profilo umano. Dopo diversi anni di lavoro condivisi con i propri colleghi e soci, non è facile prendere una strada diversa, anche perché ho sempre creduto nel lavoro di gruppo. Con Tomaso Vercellotti, ad esempio, ho potuto apprezzare i vantaggi della chirurgia piezoelettrica, proprio dalle mani di colui che da oltre dieci anni ha sviluppato questa metodica innovativa. È stata dunque una scelta difficile che ho fatto soprattutto nella prospettiva che uno dei miei tre figli, attualmente iscritto al quarto anno di Odontoiatria, potrà presto aiutarmi per poi, in futuro, subentrare nella gestione dello studio. È stato bello inaugurarlo,vedere che le cose hanno subito preso la direzione giusta. È motivo di soddisfazione. Il merito è anche di mia moglie, architetto, che mi ha supportato nelle fasi di progettazione, insieme a un suo collega di Torino, rendendo anche questo impegno molto piacevole. Tornato nella mia città natale, ho avuto l’incarico di professore a contratto di Conservativa presso l’Università degli Studi di Genova: il giovedì pomeriggio lo dedico agli studenti iscritti al terzo anno. Insegnare ai ragazzi, di poco più di vent’anni, è molto appagante, perché apprendono in fretta e si mostrano molto interessati.

Che posto occupa o dovrebbe occupare oggi la conservativa nella carriera di un libero professionista?

A mio avviso, sarebbe un bene se ogni neolaureato si dedicasse almeno per i primi anni all’odontoiatria conservativa, perché la filosofia di fondo di questa disciplina determina in modo sostanziale l’approccio a qualsiasi altra specialità, condiziona in modo positivo ogni fase del nostro lavoro, dal piano di trattamento alla gestione degli atti più complessi. Ho in mente tre esempi ben chiari di colleghi e amici famosi in tutto il mondo, Tiziano Testori, Carlo Tinti e Gianpaolo Vincenzi, che prima di diventare chirurghi e implantologi di fama internazionale sono stati soci attivi della AIC e nei loro corsi sono soliti esaltare questa impostazione conservatrice.

Parliamo di eccellenza sostenibile. Anche il programma del XVII Congresso della SIdP, tenutosi lo scorso marzo a Bologna, era incentrato su questa idea: è forse un modo diverso per dire “qualità”? 

Innanzitutto è un modo per dire che il paziente deve tornare a essere protagonista di tutte le nostre attenzioni. Minor invasività, riduzione dei tempi di trattamento ma anche dei costi non devono precludere la qualità delle cure: è questa la sfida che la nostra professione si appresta a dover gestire nei prossimi anni. La speranza è che coloro che riusciranno a offrire eccellenza sostenibile saranno premiati continuando ad avere un’agenda piena, perché è solo raccogliendo i frutti del proprio lavoro che resta alta la volontà di studiare e aggiornarsi, di seguire corsi durante il week-end ed essere impazienti di applicare in studio quanto appreso il lunedì successivo. In quest’ottica di miglioramento continuo, quello che oggi ancora manca in Italia sono i gruppi di studio costituti da amici e colleghi con la passione per una materia e la voglia di mettersi in gioco.

Come viene attuata la formazione di un professionista in questo contesto? 

Avviene in un clima informale e di collaborazione costruttiva, dove ciascuno può portare la propria esperienza e il proprio sapere, dove si può discutere liberamente e sviluppare uno spirito critico. Io ad esempio sono membro del gruppo di studio italiano di R.V. Tucker da oltre vent’anni. Ma purtroppo in Italia questo modello è poco diffuso.

Perché fatica a imporsi?

Perché in Italia c’è poca collaborazione tra colleghi. Poi, perché costa fatica reperire i pazienti disposti a seguire il gruppo di studio, ma anche perché è difficile ricevere critiche dagli altri e saperle difendere in maniera costruttiva. Insomma, il gruppo di studio è una situazione per certi versi spinosa, ma molto produttiva.

Che vantaggi offre rispetto alla formazione tradizionale?

Innanzitutto, permette di fare un’esperienza di formazione in un contesto dove possono nascere vere amicizie, oltre che spunti per un’autentica crescita professionale. Non per niente negli Stati Uniti questi gruppi sono molto diffusi. Poi, ci sono vantaggi anche di ordine pratico. Ad esempio, all’interno di un gruppo, i membri si possono dividere i corsi da frequentare per poi condividerne i contenuti in un secondo momento, quando, a turno, ciascuno è relatore e insegna agli altri quanto ha appreso, in un continuo confronto critico e costruttivo.

Cosa pensa, invece, della formazione a distanza?

Oggi costa sempre più fatica allontanarsi dal proprio studio e dalle proprie famiglie, per questa ragione credo che la FAD sia un’ottima opportunità. L’associazione Amici di Brugg, che quest’anno organizza il suo cinquantacinquesimo congresso nazionale, ha sempre creduto in questo modello, tanto che negli anni ha introdotto molte innovazioni – dal CD ai DVD, sino alla formazione via satellite. Tuttavia, non dobbiamo mai dimenticarci che la nostra è una professione pratica per la cui formazione è necessario seguire corsi che permettano anche di fare esperienza concreta di quanto appreso.

Per concludere, è ottimista riguardo al futuro dell’odontoiatria? 

Sì, sono ottimista quando vedo che la qualità viene premiata e sino a oggi, almeno per quanto abbia potuto osservare personalmente nella mia esperienza e in quella di chi mi è più vicino, ho avuto la conferma di come questa filosofia porti vantaggi allo studio. La qualità, però, non deve essere solo in un dettaglio, ma nell’insieme del servizio offerto. Così, andrebbe ricercata e perseguita dalla segretaria che riceve le telefonate, da chi accoglie i pazienti in studio, dall’igienista dentale che esegue la prima seduta di igiene, sino ad arrivare all’odontoiatra responsabile della cura in senso stretto. E sovente gli errori più gravi, a mio avviso, riguardano proprio il piano di trattamento: in questo frangente qualità significa innanzitutto risparmio del tessuto biologico. Diceva il compianto Samuele Valerio, grande maestro di molti, che i gradini di una scala, dove all’ultimo scalino c’è la corona completa, devono essere saliti poco per volta e il meno possibile: un’otturazione è meglio di un intarsio, un intarsio è meglio di una corona e la corona dovrebbe essere veramente l’ultimo atto. Togliere un dente recuperabile per mettere un impianto, perché è un’operazione più facile dal punto di vista tecnico o perché risulta vantaggiosa sotto il profilo economico, significa allontanarsi da questo concetto di qualità, un principio che per fortuna nessun dentista serio, ne sono convinto, è disposto a barattare.

 

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