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Francesca Manfrini

Alla vigilia del XVI Congresso nazionale dell’Accademia Italiana di Conservativa, in programma a Riva del Garda il prossimo aprile, abbiamo incontrato il presidente della prestigiosa società scientifica, Francesca Manfrini: un’occasione per parlare di odontoiatria, ma anche del ruolo delle donne e del significato del volontariato.

Nell’infanzia di Francesca Manfrini, medico chirurgo, specializzata in odontostomatologia e presidente dell’Accademia Italiana di Conservativa (AIC) che il prossimo aprile a Riva del Garda si riunirà per officiare il XVI Congresso nazionale, c’è un episodio emblematico che, letto a posteriori, rivela in modo quasi profetico quale sarebbe stato il suo destino professionale. Nata a Rovereto, in provincia di Trento, la piccola Francesca l’infanzia la trascorre proprio nella periferia di Riva del Garda, in provincia di Trento, dove il padre, chirurgo, ha appena assunto l’incarico di primario del reparto di chirurgia dell’ospedale. Insieme ai suoi quattro fratelli, racconta, è solita giocare in mezzo ai campi di granoturco dove raccoglie le pannocchie: le piace immaginare che i grani di cui sono costituite siano denti che lei, una volta staccati, ama ricollocare nella loro posizione con l’ausilio di una pastella fatta di farina e acqua. Già allora l’odontoiatria occupava un ruolo importante nella mente e nel cuore di Francesca che, dopo il liceo classico, decide di iscriversi al corso di laurea in Medicina presso l’Università di Padova. Dopo il terzo anno, si trasferisce a Verona, dove completa gli studi con una tesi in odontoiatria e segue poi la specializzazione nella clinica odontoiatrica diretta dal professor Gotte, iniziando anche a collaborare con qualche studio odontoiatrico. Terminata la formazione, per diversi anni lavora come medico frequentatore della clinica universitaria e come professore a contratto presso l’Università di Verona. Nel frattempo, però, apre anche uno studio a Riva del Garda: un’attività che diviene sempre più impegnativa e che la porta a decidere di abbandonare gli altri impegni per dedicarsi a tempo pieno alla libera professione.

Dottoressa Manfrini, lo avrebbe mai detto che uno dei suoi giochi preferiti nell’infanzia un giorno sarebbe diventato il suo lavoro?
Certo che no, ma mi sono impegnata perché ciò accadesse. Sin da bambina avevo questo desiderio. Poi, grazie a mio padre che era un chirurgo, sono cresciuta respirando l’aria della medicina. Dopo la laurea e la specializzazione in odontostomatologia, mi sono dedicata a varie branche dell’odontoiatria, a cominciare dall’endodonzia, per poi abbracciare la conservativa e infine la parodontologia e la chirurgia implantare, che adesso occupano gran parte della mia attività, nonostante sia il presidente dell’Associazione Italiana di Conservativa. D’altronde, mi piace definirmi un dentista generico: non la trovo un’affermazione che sminuisca la mia attività di specialista. Per risolvere i molteplici problemi e le richieste che i pazienti mi presentano e per svolgere al meglio tutte le varie forme di terapia che richiedono i casi complessi, mi affiancano Laura, Giovanni, Roberto e Tomaso, validi odontoiatri, fedeli e cari amici ormai da tanti anni.

Come s’è avvicinata all’Accademia Italiana di Conservativa? Riva del Garda, la cittadina dove tradizionalmente si svolge il congresso nazionale dell’AIC, ha giocato a suo favore?
In un certo senso sì, avevo amici che erano già soci attivi dell’Accademia e per me è stato abbastanza naturale iniziare a frequentare i congressi che da sempre si svolgono proprio qui, a Riva del Garda. Rimasi subito affascinata dall’ambiente, così mi adoperai per diventare socia attiva, preparai dei casi clinici seguendo il protocollo che prevede il regolamento.

Negli anni è risultata idonea anche a ricoprire il ruolo di presidente…
Sì, questo però non me lo aspettavo, né era tra i miei progetti. Sono una persona piuttosto schiva a queste posizioni di elevata visibilità. Tuttavia, mi è stato chiesto di candidarmi con così tanto affetto che non ho potuto sottrarmi. È un grande onore essere presidente dell’AIC, ma anche un onere considerevole per le grandi responsabilità, culturali, organizzative ed economiche che pesano sulle spalle di chi ha questo ruolo.

Una donna al vertice di un’importante società scientifica: è un suo merito, ma anche il segno dei tempi che stanno cambiando?
Credo proprio di sì e forse noi donne, con fatica, sacrificio e forza di volontà, abbiamo dimostrato che possiamo ricoprire anche ruoli di questo tipo. Il cosiddetto sesso debole, per forza mentale e psicologica, sono certa che possa confrontarsi sullo stesso piano degli uomini. In ogni caso, come ho già detto nel mio discorso di insediamento, quando ho presentato il programma del prossimo triennio, avrò bisogno dell’aiuto di tutti i soci, dei past president, ma anche dei giovani, forieri di idee innovative.

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