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Dino Re

Germogliato dal corso di laurea in Medicina e chirurgia per poi distaccarsene, il corso di laurea in Odontoiatria ha subìto cambiamenti strutturali importanti che lo hanno connotato sempre più in maniera specialistica. Dopo aver raggiunto questa dimensione sotto il profilo nozionistico, il corso si è sviluppato anche nella sua veste pragmatica, aumentando il numero delle ore di tirocinio e attività clinica alle quali sottopone gli studenti.

Alcune università italiane si sono adoperate per vestire di questo nuovo abito gli odontoiatri in divenire, ma ancora molti poli rimangono ancorati al passato e producono neolaureati con poche ore di tirocinio alle spalle. Questi giovani piloti rischiano di essere troppo acerbi per l’insidioso circuito dell’odontoiatria attuale, costellata di concorrenza e disseminata di opportunità, talvolta tanto abbaglianti quanto rischiose.

Oggi è ancora il clinico, con le sue mani, la sua conoscenza dei protocolli e la sua arte a farla da padrone. Ma siamo certi che in un futuro non troppo vicino tutto questo sarà sufficiente per definire un odontoiatra completo?

Mentre inseguiamo ancora solamente una corretta formazione pratica dell’operatore, si stanno sviluppando quelli che saranno gli strumenti di un domani non così lontano. Per spiegare questa frase potremmo partire dall’endodonzia, la branca dell’odontoiatria che più spesso toglie il sonno agli odontoiatri in erba che si trovano a fronteggiare i primi casi da gestire in autonomia nella libera professione. Un giovane clinico potrebbe impiegare ore per devitalizzare un sesto superiore, oscillando tra l’incertezza di come localizzare correttamente i canali, la paura di poter causare un danno iatrogeno e la difficoltà nel governare le variabilità anatomiche dell’endodonto. Grazie a una micro CBCT già oggi è possibile sapere esattamente dove saranno posizionati gli imbocchi dei canali di un elemento dentario da devitalizzare, con questa costruire una dima da applicare in bocca al paziente e forare il tavolato occlusale nel punto corretto, anche in caso di canali di difficile reperimento. Lo scotto da pagare al giorno d’oggi, però, è quello di un irraggiamento tale da non giustificare questa procedura per ogni elemento dentario da devitalizzare. Non pare difficile tuttavia, proiettandosi di qualche anno in avanti, vedere questa tecnologia applicata quotidianamente grazie a un’emissione ridotta di radiazioni.

Spingiamoci allora ancora oltre, ancora qualche anno più in là. Perché non potremmo immaginare un dispositivo robotico in grado di trattare endodonticamente l’elemento, seguendo le precise indicazioni di un’indagine radiografica tridimensionale preliminare? Qualcuno potrebbe obiettare che la semplicità del trattamento canalare non rende necessario integrarsi con la tecnologia per un odontoiatra più esperto e che lavora con il “pilota automatico” impostato durante la propria attività lavorativa. In realtà le possibilità dei nuovi strumenti in fase di ideazione e realizzazione acquisiscono ancora maggior peso quando si pensa di trattare casi più complessi. Perché non programmare, dopo scansione, una riabilitazione attraverso sistematiche digitali e affidare a un braccio robotico l’esecuzione delle preparazioni a livello intraorale?

Uno studio di due anni fa ha confrontato proprio la precisione di un workflow simile a quello descritto con quello di un operatore esperto e ha riscontrato una comparabilità di risultati.

Senza voler in alcun modo sminuire l’importanza che l’attività clinica riveste e rivestirà nella professione medica e in quella odontoiatrica, è sempre più importante comprendere nella propria quotidianità le tecnologie e sfruttare le nostre conoscenze per farle funzionare clinicamente al meglio. Per il momento teniamo il passo con la macchina, ma il sorpasso non potrà che avvenire nelle prossime curve di questo tracciato odontoiatrico e non potremo che affidarci a un nuovo battistrada, in grado davvero di inserire il “pilota automatico”.

Dino Re

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