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Cosa rappresenta questa disciplina per gli odontoiatri e com’è cambiata in questi ultimi decenni? Queste e altre questioni spiegate da Adamo Monari, 52 anni, emiliano, libero professionista e presidente dell’Accademia Italiana di Conservativa.

Adamo Monari

L’odontoiatria conservativa non è solo un’importante branca dell’odontoiatria o una disciplina meramente tecnica, ma è anche un sapere legato in qualche modo alla «filosofia dell’odontoiatria». Di questo ne è profondamente convinto Adamo Monari, 52 anni, emiliano, presidente per il triennio 2010-2012 dell’Accademia Italiana di Conservativa. Che la conservativa abbia a che fare con la filosofia, lo si capisce da come ne parla, dal significato che attribuisce a questa disciplina che ha iniziato ad amare, racconta, all’Università. Laureatosi in Odontoiatria, a Bologna, nel 1986, Monari si trasferisce a Verona dove inizia la sua carriera come libero professionista proprio abbracciando l’odontoiatria conservativa. Nel 1988 diviene Socio attivo dell’Accademia Italiana di Conservativa che frequenta assiduamente. È qui che entra in contatto, ricorda, con importanti esponenti di questa disciplina. Una materia che dal 1999 insegna all’Università di Parma in qualità di professore a contratto.

Dottor Monari, cos’è per lei l’odontoiatria conservativa?

È la branca dell’odontoiatra che più mi affascina, sin dai tempi dell’Università e che continua ad attrarmi ancora oggi. È quella disciplina esercitata da tutti gli odontoiatri che, tuttavia, non sempre pare ne colgano il valore intrinseco. Praticare ai bambini la conservativa in modo corretto e continuativo, per esempio, significa prevenire molte patologie. Quello che mi ha sempre affascinato di questa disciplina è infatti la sua potenzialità nell’ambito della prevenzione. Purtroppo, ancora oggi non si fa abbastanza, per molte ragioni: innanzitutto perché la prevenzione comporta la necessità di cambiare lo stile di vita delle persone, cosa tutt’altro che facile da attuare. Poi, anche perché l’informazione su queste tematiche non è ancora sufficientemente adeguata, né tanto meno si è riusciti a estenderla su ampia scala a tutti i cittadini.

A proposito d’informazione, di cosa si parlerà al vostro prossimo Congresso Nazionale, il XIV dell’Accademia Italiana di Conservativa? 

Cercheremo di tracciare un bilancio di questi ultimi 20 anni. «Il Cambiamento in Odontoiatria Conservativa», è questo il titolo del congresso che si terrà a Riva del Garda il 23 e 24 aprile. Come ho scritto anche nella lettera di invito pubblicata sul nostro sito Web (www.accademiaitalianadiconservativa.it), citando l’oscuro Eraclito di Efeso per il quale «Nulla è permanente tranne il cambiamento», ho pensato che in un epoca di opzioni terapeutiche multiple e in trasformazione continua come la nostra, valesse la pena fare il punto sull’unico aspetto che resta invariato: il «cambiamento»,  appunto. Quando le trasformazioni avvengono a velocità elevata, possono disorientare se non si ha la consapevolezza di cosa scegliere, di come cambiare insieme migliorando e costruendo qualcosa di più grande. I relatori spiegheranno quanto è cambiato nella ricerca e nella clinica negli ultimi 10-20 anni e con quali conseguenze per la nostra professione. Elementi che ci aiuteranno ad avere una visione più chiara del presente per prepararci alle sfide del futuro, come ho già detto, con la giusta dose di entusiasmo, indispensabile per superare le difficoltà.

Cosa rappresenta invece la conservativa per i giovani odontoiatri? È attrattiva come lo è per molti l’implantologia?

L’implantologia è una branca che sta divenendo sempre più importante per l’odontoiatria, ma che può nascondere anche aspetti poco nobili e pericolosi per la nostra professione. In effetti,  sono molti i giovani che si avvicinano all’implantologia per interesse scientifico, ma alcuni lo fanno anche per ragioni pratiche. Che senso ha arrabattarsi per salvare un dente quando è possibile sostituirlo con un impianto: un trattamento che oltretutto offre anche una maggiore remunerazione? È quello che pensano, purtroppo, alcuni giovani. La colpa di questa mentalità emergente è certamente anche nostra, cioè di chi ha qualche anno di esperienza alle spalle e dovrebbe insegnare ai giovani ad appassionarsi a questa professione, al di là dei numeri, delle cifre, dei risultati economici. Certo, soprattutto oggi, è necessario badare alla «sopravvivenza», ma non credo che questa la si persegua solo ed esclusivamente con l’implantologia.

L’Accademia vive questo disagio? In che modo cercate di affrontare il problema? 

Cerchiamo di stimolare i giovani portando esempi positivi, ma anche dati clinici. Le terapie conservative oggi sono sempre più mirate, meno invasive. Le terapie aggressive infatti non sono necessariamente le migliori nel tempo: ciò che conta è quanto dente resta dopo un trattamento. Per questo, si sta delineando anche un nuovo confine tra l’odontoiatria conservativa e la protesi su cui è giusto riflettere.

In Italia, quali sono le scuole più prestigiose dove è possibile imparare l’odontoiatria conservativa secondo i canoni più consolidati, condivisi anche dalla vostra Accademia?

È difficile dirlo. Non si tratta tanto e solo di luoghi, sono sempre le persone a fare la differenza. L’odontoiatria conservativa poi non è solo un fatto tecnico: c’è anche molta filosofia dietro questa disciplina e ciascuno ha la propria. Personalmente ho avuto la fortuna di formarmi all’Università di Bologna e dopo esser divenuto Socio attivo dell’Accademia Italiana di Conservativa di conoscere i grandi nomi della conservativa. All’interno dell’Accademia ho coltivato poi anche molte amicizie.

Qual è la fotografia di oggi dell’Accademia Italiana di Conservativa?

Attualmente i membri dell’A.I.C. sono circa novanta, in rappresentanza sia dell’area libero professionale sia di quella universitaria. All’Accademia Italiana di Conservativa si può accedere solo in qualità di socio attivo, uno status che si raggiunge presentando a una commissione casi clinici supportati da materiale iconografico, secondo rigorosi parametri di eccellenza. Il nostro scopo è divulgare i progressi dell’odontoiatria conservativa attraverso congressi, corsi di formazione e altre iniziative di carattere culturale. Lo scorso anno l’A.I.C. ha pubblicato anche un testo didattico, «Odontoiatria Restaurativa: procedure di trattamento e prospettive future» che ha avuto un grande successo, tanto che sarà presto tradotto in diverse lingue.

Cosa si augura per il futuro della società scientifica di cui è presidente e più in generale per l’odontoiatria conservativa?

Mi auguro che l’Accademia Italiana di Conservativa possa continuare a essere un punto di riferimento per molti professionisti e non solo per l’eccellenza clinica verso cui è da sempre orientata. Per noi sono importanti l’attenzione ai rapporti interpersonali e le qualità morali dei nostri soci: non a caso chiediamo ai soci presentatori di farsi garanti dei nuovi iscritti. Spero anche che in futuro si possa riuscire a fare più prevenzione, combattendo gli atteggiamenti e gli stili di vita che portano alle malattie del cavo orale. Anche se so che non sarà facile raggiungere questo obiettivo: in molti anni di odontoiatria non si è ancora riusciti a farlo pienamente.

La disciplina che pratica da così lungo tempo, a suo avviso, potrà servire a contrastare in qualche modo la crisi che sta attraversando oggi l’odontoiatria? 

In effetti, le crisi che ha conosciuto l’odontoiatria anche in passato non hanno poi fatto così male alla conservativa. Sono servite a riflettere sulle cose sostanziali: quando si ha poco denaro e poco tempo a disposizione, si punta agli aspetti fondamentali del problema, tralasciando il superfluo. Quello che, a dire il vero, bisognerebbe fare sempre. Se la crisi attuale servirà a far comprendere al paziente l’importanza della prevenzione, e i vantaggi biologici ed economici insiti in un intervento tempestivo, allora sarà servita a qualcosa.

Per concludere, dalla sua esperienza di docente presso l’Università di Parma, che idea si è fatto dei giovani? Chi porterà avanti con passione questa disciplina? 

L’insegnamento in Università e i corsi di aggiornamento mi mettono in contatto con almeno una cinquantina di giovani diversi ogni anno. Tra questi c’è sempre chi si distingue per abilità pratica, ma anche per carattere e l’odontoiatria conservativa è una disciplina che richiede, forse più di altre, grandi sacrifici e grande determinazione. Non credo, comunque, come sostengono alcuni, che in passato ci fossero migliori leve. Quello che conta per i giovani, da sempre, è l’esempio, un modello verso cui tendere: proprio quello che puntiamo a realizzare con le attività dell’Accademia Italiana di Conservativa.

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