Roberto Calandriello
Roberto Calandriello, responsabile del Centro Studi Andi (CSA)

Il Def, il Documento di economia e finanza presentato dal governo la scorsa settimana e sul quale sarà costruita la manovra economica di fine anno, ha spaventato i mercati che non sono ancora convinti della strada imboccata dal nostro Paese in materia economica. Dopo il venerdì nero di fine settembre, infatti, quando lo spread (il differenziale tra Btp e Bund tedeschi) aveva raggiunto i 280 punti e i 267 in chiusura, anche il mese di ottobre è iniziato all’insegna dell’instabilità, con uno spread in rialzo.

In realtà, sostengono i commentatori più esperti, ci vorrà ancora tempo per cogliere gli effetti di questa politica economica, come d’altronde è presto per fare previsioni sulle conseguenze che il reddito di cittadinanza e la flat tax (le principali misure previste che interessano però solo una parte dei contribuenti) avranno sui consumi e sulla spesa sanitaria privata. Tuttavia, come è stato accolto il Def dal comparto odontoiatrico lo abbiamo chiesto a Roberto Calandriello, responsabile del Centro Studi Andi (CSA), l’organismo dell’Associazione nazionale dentisti italiani deputato a valutare l’impatto di ogni cambiamento legislativo e macroeconomico nel settore dell’odontoiatria.

La flat tax per ora sfiora soltanto gli odontoiatri

“Prima di esprimere un giudizio, aspettiamo di vedere gli effetti del Def e della manovra“, dice Roberto Calandriello, “tuttavia, il reddito di cittadinanza previsto nell’ultima nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza prevede un costo di 10mld e coprirà solo un terzo dei bisognosi. A proposito di flat tax, invece, per le aliquote medie del nostro settore rilevate dall’Agenzia delle Entrate, la nuova tassazione entrerà a regime solo nel 2021. A tal proposito, però, vorrei solo menzionare una preliminare simulazione del Consiglio Nazionale dei Commercialisti in cui vengono rilevati risparmi fiscali di circa 18mila euro per i redditi a 100mila euro. Nello stesso studio si denuncia anche alcuni effetti di distorsione, quello più importante dello “scalone fiscale” che si determina appena superata la soglia dei 100mila euro di reddito: in pratica, una volta raggiunta tale soglia, aumentarla oltre diverrebbe anti-economico, con tutte le assurte illazioni che si potrebbero, e non si dovrebbero, immaginare”.

Di cos’altro avrebbe bisogno il comparto, non contemplato nel Def

La lista è lunga, dice Calandriello, e costituisce di fatto il programma politico dell’attuale Esecutivo di Andi. “Voglio però soffermarmi su un interessante studio realizzato da Eures per conto di Andi Roma”, dice Calandriello, “studio che ha evidenziato come l’incremento dell’aliquota di detraibilità per le spese sanitarie, dal 19% al 39%, avrebbe un costo netto per lo Stato pari a  418mln, mentre nell’ipotesi di una maggiorazione al 55% tale costo salirebbe a 776mln. Sul fronte dei “vantaggi”, l’incremento del fatturato dei professionisti e dell’indotto dell’intera filiera si tradurrebbe in un aumento del gettito Irpef in sede di dichiarazione dei redditi, determinando conseguentemente maggiori di introiti fiscali per lo Stato”.

Nello specifico, fa sapere il responsabile del Centro Studi Andi, con detrazione al 39% l’extragettito Irpef derivante dalla maggiore domanda di cure ammonterebbe 100 mln; se, invece, l’aliquota di maggiorazione fosse incrementata al 55%, il gettito Irpef relativo alla “nuova” domanda salirebbe a un totale di 170 mln.

“Verosimilmente”, spiega Calandriello, “questa operazione avrebbe un saldo netto per lo Stato 318mln (418-100) per l’aliquota al 39% e di 606mln (776-170) per l’aliquota al 55%. Non posso credere che in una Nazione, in cui la tutela alla salute è sancita dalla Costituzione, non sia possibile portare almeno al 29% la detrazione per le spese mediche, e siamo stupefatti come nessuna forza politica abbia utilizzato questa bandiera per conquistare consenso lo scorso 4 marzo”.

Il nuovo Centro Studi Andi, una finestra aperta sul mondo

Come tutte le più importanti realtà associative e sindacali, anche Andi è dotata, ormai da anni, di un proprio Centro Studi (CSA). “È il nostro strumento strategico attraverso il quale cerchiamo di far luce sulla via di un cammino professionale sempre più difficile“, dice Roberto Calandriello, Responsabile del Centro Studi Andi. “La produzione delle informazioni, per una certa parte è interna all’Associazione”, spiega Calandriello, “cioè attuata in house da dirigenti Andi di provata esperienza, per un’altra, invece , è esterna, realizzata da Enti e Istituzioni che sanno rispondere efficacemente alle richieste del momento”.

Il CSA si occupa, infatti, di indagini di mercato, dei cambiamenti della società italiana, di analisi epidemiologiche, statistiche e guide utili per conoscere e valutare in modo appropriato i dati che devono costituire la base per i percorsi decisionali e le scelte della professione odontoiatrica.

“Il Centro Studi Andi supporta le istanze del Presidente Nazionale, del suo Esecutivo e di tutti i Dipartimenti Andi che ne fanno richiesta”, dice Calandriello che sottolinea la nuova impostazione data al CSA. “Concorrono al ”pensatoio” anche diversi ed importanti compartimenti della professione come l’Università, l’Enpam e la FNOMCeO”, dice Calandriello, “non per niente il nuovo CSA si prepara a diventare un Osservatorio sull’odontoiatria, aperto al mondo esterno“.

 

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