Secondo un recente studio condotto da Mark Wolff dell’Università di New York, il colore dei denti in sé non è un indizio sufficiente a decretarne lo stato di salute o di malattia. In altre parole, avere un sorriso smagliante non è garanzia di salute, come, per contro, macchie e colorito giallastro non sempre rendono i denti meno sani. Un fatto peraltro già noto agli odontoiatri da un punto di vista clinico, ma non ai pazienti che sempre più spesso richiedono trattamenti estetici, ancor prima di preoccuparsi della propria salute. Di qui la necessità per l’odontoiatra di conoscere bene le tecniche di sbiancamento per rispondere alla domanda di estetica, in continua crescita, ma anche e soprattutto come e quando consigliare al paziente di soprassedere a un trattamento che, pur migliorando l’aspetto apparente dei denti, a volte ne può minare lo stato di salute. Come spiega Luca Francetti, professore ordinario di Malattie Odontostomatologiche presso il Dipartimento di Scienze biomediche, chirurgiche e odontoiatriche dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi – Università degli Studi di Milano, dove è direttore della Clinica Odontoiatrica e della Scuola di Specializzazione in Chirurgia Orale.

Luca Francetti, professore ordinario di Malattie Odontostomatologiche presso il Dipartimento di Scienze biomediche, chirurgiche e odontoiatriche dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi – Università degli Studi di Milano

«Fra i trattamenti volti a migliorare l’estetica dentale lo sbiancamento, nelle sue diverse forme e applicazioni, è considerato l’opzione meno invasiva», spiega Francetti, «la sua efficacia, o meglio quelle delle sue diverse varianti, è ben documentata in letteratura e le possibilità di soddisfare la richiesta dei pazienti è molto buona. Per quanto riguarda la sicurezza e i possibili effetti collaterali, dobbiamo ricordare come le pigmentazioni possano essere localizzate sulla superficie dello smalto oppure più in profondità, a livello della dentina. Quando sono superficiali la scelta cade su polish a bassa abrasività che l’odontoiatra applica mediante l’utilizzo di coppette in gomma montate su strumenti rotanti che sono in grado di restituire al tessuto il suo colore naturale eliminando depositi originati dall’attività della placca dentale (quindi di origine batterica) e dall’alimentazione». Quando invece le pigmentazioni sono profonde o si desidera modificare il colore naturale del dente (determinato principalmente dalla dentina), ricorda Francetti, occorre ricorrere a un agente sbiancante. «Quest’ultimo deve necessariamente attraversare lo smalto per svolgere la sua azione a livello dei tessuti più profondi», spiega il professore ordinario di Malattie odontostomatologiche, «e quindi inevitabilmente creare canali microscopici attraverso i quali passare. Oltre a ciò, in letteratura è documentato un aumento della microrugosità della superficie dello smalto, spesso presente a lungo termine. Tale condizione, peraltro a oggi ancora poco indagata, potrebbe rappresentare un fattore in grado di influenzare il rischio di carie dell’elemento trattato».

L’odontoiatra, suggerisce Francetti, deve quindi valutare attentamente la situazione clinica e orientare la richiesta verso il trattamento che possegga l’invasività minore e sia in grado di raggiungere un obiettivo realistico e soddisfacente per il paziente. «Occorre in particolare che quest’ultimo comprenda la differenza fra estetica e salute», dice il direttore della Clinica Odontoiatrica dell’IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, «e come, qualche volta, un ottimo risultato estetico possa comportare una riduzione significativa della salute orale residua a lungo termine. Una corretta informazione assieme a un approccio conservativo rappresentano quindi la chiave per una scelta soddisfacente e sicura».

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