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Nikolaos Perakis, veronese, 40 anni, dopo la laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria conseguita all’Università di Bologna, ottiene anche la Laurea svizzera. Le due scuole a confronto e altre riflessioni di un libero professionista sull’odontoiatria.

Nome greco, nazionalità italiana, formazione svizzera, è questo in una battuta il profilo di Nikolaos Perakis, odontoiatra, nato a Verona nel 1971 da padre greco e madre italiana. Entrambi medici, dai genitori Nikolaos ha ereditato la passione per la medicina che dopo il diploma di scuola superiore avrebbe voluto abbracciare se non fosse per il fascino che anche l’odontoiatria sapeva trasmettergli. Incerto sul suo futuro, supera i test di ammissione di entrambi i corsi di laurea presso l’Università degli Studi di Bologna per poi finalmente scegliere di intraprendere lo studio dell’odontoiatria di cui si innamora sempre più. Entrato in contatto con docenti formatisi alla Scuola svizzera, di cui apprezza subito l’impostazione, dopo la laurea decide di trasferirsi a Ginevra dove nel 1998 consegue anche la Laurea in Odontoiatria (Licence en Mèdecine Dentaire), nel 2001 il Diploma di Formazione Continua post-universitaria e successivamente il dottorato di ricerca sotto la guida del dottor Pascal  Magne. Dal 1998 al 2002 è membro dei Reparti di Protesi fissa (Prof. U. Belser) e di Cariologia (Prof. I. Krejci) dell’Università di Ginevra, svolgendo anche attività privata presso lo studio del dottor Didier Dietschi. Nel 2004 ottiene la Specializzazione in Protesi svizzera. Nello stesso anno diviene membro attivo della Società Svizzera di Protesi (SSRD) e dell’Accademia Italiana di Conservativa (AIC) di cui diventa membro del Consiglio Culturale nel 2008 . Dal 2002 detiene il posto di Lecturer del Reparto di Protesi Fissa dell’Università di Ginevra (Prof. U. Belser) ed è Responsabile d’insegnamento nel Master di Specializzazione post-laurea in Protesi fissa dell’Università di Bologna (Prof. R. Scotti). Relatore a corsi e seminari nazionali e internazionali, nonché autore di diverse pubblicazioni scientifiche, Nikolaos Perakis svolge la libera professionista a Bologna, città in cui è tornato a vivere.

Dottor Perakis, cosa l’ha spinta ad avvicinarsi alla Scuola svizzera?

La sua impostazione, innovativa e volta all’approfondimento di tutte le branche. Dopo la laurea in Italia, sentii l’esigenza di andare all’estero. Le due principali opzioni erano gli Stati Uniti, dove però la formazione è piuttosto settoriale e molto specialistica e la Svizzera, di cui avevo avuto conoscenza attraverso alcuni miei docenti, all’Università Bologna. Scelsi la Scuola svizzera la cui laurea già permette di entrare in possesso di tutte le nozioni teoriche e pratiche necessarie a svolgere a un buon livello la professione.

In una parola, in cosa si differenzia dalla formazione italiana?

La Scuola svizzera punta all’essenziale della professione. È forse meno speculativa di quella italiana, ma senza dubbio più pratica. Gli approfondimenti sono riservati alle Specializzazioni post-laurea.

Pratica ancor più di quanto assicuri il pragmatismo statunitense?

I programmi di specializzazione post-laurea svizzeri come quelli americani  sono molto approfonditi. La differenza sta nel fatto che nei programmi di protesi svizzeri, nonostante il candidato gestisca principalmente casi della propria disciplina, è tenuto a eseguire anche tutte le procedure cliniche delle altre discipline odontoiatriche.

Come è avvenuto il rientro in Italia dopo aver vissuto in Svizzera, Paese che le ha dato molto dal punto di vista professionale? 

Quando si vive all’estero il richiamo dell’Italia è forte. La qualità della vita, i rapporti umani, il background culturale concorrono tutti insieme alla scelta di rientrare nel proprio Paese. Nel mio caso, poi, ci fu anche una curiosa coincidenza: un’offerta di lavoro a Bologna indirizzata a mia moglie che stava terminando un PhD in chimica negli Stati Uniti, e una proposta lavorativa interessante per me. Tale coincidenza ci spinse a decidere di tornare a vivere a Bologna, dove ci siamo conosciuti e abbiamo frequentato l’università.

Tra le peculiarità dell’Italia, rientrano anche i giovani che, secondo alcuni, spesso si avvicinano alla specializzazione e alle pratiche più all’avanguardia senza aver maturato una solida esperienza nell’odontoiatria generale. C’è il rischio a suo avviso per questi professionisti di perdere di vista l’essenziale della professione, di guardare al particolare dimenticandosi del paziente nel suo complesso? 

Nel nostro lavoro la cosa più importante a mio avviso è possedere una solida base culturale in ambito diagnostico, comprendere i problemi del paziente, saper valutare i fattori di rischio e disporre del maggior numero possibile di alternative terapeutiche. La super specializzazione ha dei pro e dei contro. La conoscenza di procedure di punta della singola disciplina non può prescindere dalla valutazione a tutto tondo dei problemi del paziente che abbiamo di fronte.

Per contro, le moderne tecniche offrono anche grandi vantaggi…

Non c’è dubbio. Ad esempio, le moderne tecniche adesive permettono trattamenti meno aggressivi, con innegabili vantaggi per il paziente sia da un punto di vista biologico che da un punto di vista economico. Ovviamente, è necessario conoscere molto bene indicazioni, limiti e protocolli operativi di ogni tecnica per garantire al paziente non tanto la soluzione più innovativa, quanto quella più affidabile e duratura. A noi è affidato il difficile compito di valutare le novità presenti sul mercato, che non sempre hanno avuto una sufficiente sperimentazione scientifica, e integrarle nei nostri piani di cura.

A proposito di pazienti, quello svizzero è diverso da quello italiano?

No, non ho notato grandi differenze. In Svizzera c’è forse più fiducia da parte dei  pazienti nella nostra categoria.

Si discute molto sulla necessità che l’odontoiatra oggi avrebbe di sviluppare maggior sensibilità sulla salute generale del cavo orale rispetto a quella dei singoli elementi dentali, anche in una prospettiva di prevenzione delle malattie sistemiche. Qual è il livello medio di consapevolezza di questo problema tra gli odontoiatri?

Guardare il dente e non la bocca è un atteggiamento che pian piano sta scomparendo, per fortuna, anche grazie alle campagne di sensibilizzazione promosse da tutte le società scientifiche italiane, tra cui ricordo quella recente della Società Italiana di Parodontologia. È ormai in atto una politica indirizzata alla prevenzione che coinvolgerà sempre più l’odontoiatra nella veste non solo di tecnico, ma anche di professionista sanitario capace di intercettare tutte le patologie del cavo orale e indirizzare il paziente a uno stile di vita più sano ed equilibrato.

D’altro canto, però, lo studio odontoiatrico monoprofessionale sta cambiando pelle anche in un altro senso. Secondo la sua esperienza, come avviene oggi il rapporto di collaborazione tra gli specialisti afferenti al medesimo studio?  

Personalmente, ho la fortuna di collaborare con colleghi di altri ambiti specialistici che hanno una visione dell’odontoiatria molto simile alla mia. Il vantaggio di un’equipe multidisciplinare è quello di poter disporre di tutte le tecniche di punta di ogni singola disciplina nell’intento di ridurre l’aggressività e il costo biologico dell’intervento terapeutico. Non dimentichiamoci poi degli insegnamenti della letteratura: non esistono trattamenti la cui longevità sia pari alla vita del paziente. La nostra strategia terapeutica dovrà quindi tener conto del fatto che in futuro dovremo rimetter mano a quanto realizzato.

È anche in questo il successo dei trattamenti minimamente invasivi che consentono di correggere sempre la terapia…

Assolutamente, nell’odontoiatria restaurativo-protesica questa impostazione è fondamentale: puntare su una diagnosi precoce, su tecniche minimamente invasive e su un attento follow-up dei pazienti è il cuore della nostra filosofia. Naturalmente un simile approccio è auspicabile anche nelle altre discipline: penso all’importanza dell’approccio preventivo in ortodonzia, ove è possibile valutare e correggere problemi dentali e scheletrici nel paziente in crescita prima che questi emergano e si stabilizzino o in campo parodontale dove una diagnosi precoce e una attenta gestione dei pazienti permettono di evitare estrazioni a tappeto e di mantenere a lungo termine gli elementi naturali. In quest’ottica, l’approccio multidisciplinare permette di integrare le discipline classiche con le moderne tecniche adesive e l’implantologia.

Per concludere, dottor Perakis, dove sta andando l’odontoiatria?

Questa è una domanda a cui è molto difficile rispondere. Da un lato vi è l’incertezza del modello organizzativo che si imporrà nel prossimo futuro. Lo studio odontoiatrico la cui esistenza è basata sul rapporto fiduciario con il paziente verrà soppiantato da strutture più vaste e meno personalizzate? Personalmente, penso che l’odontoiatra italiano abbia seminato bene in questi anni e che i pazienti continueranno a premiare gli sforzi dei tanti colleghi appassionati di questo lavoro. Dall’altro, tutti cogliamo l’aspetto stimolante relativo all’avvento delle nuove tecnologie che nel prossimo futuro cambieranno radicalmente la nostra professione. Mi riferisco alla possibilità di gestire in maniera virtuale molte delle procedure cliniche e di laboratorio: impronte ottiche o a ultrasuoni, articolatori virtuali, sistemi CAD-CAM. Tali tecnologie consentiranno di fornire ai nostri pazienti trattamenti sempre meno invasivi e onerosi, ma sempre di alta qualità.

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