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L’indicazione più semplice alla riabilitazione implanto-protesica consiste nella sostituzione di un singolo elemento dentale non altrimenti trattabile: in altri termini, il cosiddetto dente hopeless. Approcciare un elemento di questo tipo con un trattamento ortodontico di tipo estrusivo, in vista comunque dell’estrazione, costituisce un’opzione oggi contemplata a tutti gli effetti tra le tecniche di bone augmentation e di gestione dei tessuti molli. Sono diversi i lavori che portano esperienze positive sulla procedura: in questo senso, però, non sono ancora disponibili protocolli standardizzati. Questo articolo si propone dunque di considerare alcune certezze cliniche legate alla procedura.

Il primo aspetto da considerare è rappresentato necessariamente dalla selezione del caso. Le comuni indicazioni per l’estrazione di un elemento comprendono carie destruente, patologia periapicale irrisolta, forme non trattabili di frattura radicolare (su tutte quelle longitudinali) e anche perdita di sostegno parodontale. L’estrusione preimplantare può in tali casi costituire un’opzione utile a compensare minus ossei, soprattutto sul versante coronale e vestibolare. Dall’altra parte, la procedura può risultare non attuabile e, anzi, controindicata in presenza di gravi riassorbimenti ossei. Lo stesso concetto è rapportabile ai tessuti molli e ai difetti di questi (in sostanza ai casi più gravi di recessione). In queste condizioni, l’estrazione verrà condotta normalmente – una procedura atraumatica, d’altronde, è sempre preferibile – e saranno poi considerate tecniche chirurgiche atte a migliorare il profilo tissutale in vista dell’inserimento dell’impianto. L’estrusione ortodontica pertanto può essere indicata in presenza di difetti ossei di grado moderato soprattutto sul lato vestibolare e di recessioni che nel complesso interessino non oltre il terzo medio della radice.

Una condizione soggetta a controindicazione parziale è la malattia parodontale. In assenza di un apparato parodontale non sarà infatti possibile indurre forze ortodontiche controllate. L’estrusione si limita infatti a coronalizzare il legamento, senza indurne la ricostituzione.

Per lo stesso motivo, condizioni quali anchilosi dentale e ipercementosi radicolare costituiscono a tutti gli effetti controindicazioni assolute.

Dal punto di vista operativo, sono disponibili sia applicazioni rimovibili che fisse. Il secondo caso, forse il più semplice, coinvolge idealmente almeno 3 elementi dentari adiacenti. Le forze, leggere e costanti, variano anche in funzione della stabilità del parodonto. In linea di massima, è suggeribile una forza di 15 g sui denti anteriori e di 50 g sui posteriori (Korayem 2008). queste dovrebbero garantire un’estrusione di 1-2 mm / mese: ecco dunque che la durata del trattamento dipende da quanto ritenuto necessario. Segue comunque una ritenzione atta a stabilizzare il dente e lasciare maturare il tessuto osseo.

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