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Luigi Paglia

Potrebbero bastare due minuti per cercare di capire cosa veramente ha bisogno
il nostro paziente. L’interessante ricerca Spontaneous talking time at start of consultation in outpatient clinic: cohort study, pubblicata sul British Medical Journal, aveva dimostrato
già nel 2002 che questo è il tempo che il paziente vorrebbe dedicare alle spiegazioni delle
proprie necessità ed è anche il tempo che a un medico esperto e preparato nell’ascolto (e
non solo nel parlare!) serve per capire le reali necessità del suo paziente.
Certo, la comunicazione non va lasciata al caso, ma va condotta secondo tecniche di
ascolto attivo che soddisfino le aspettative del paziente, lo coinvolgano emotivamente
dando quindi un valore di per se stesso già terapeutico al processo di comunicazione.
Sembra, insomma, che il paradigma della relazione medico/paziente dello “scostante”
Dr. House non sia il massimo ai tempi dell’ormai dilagante Dr. Google!
Molte ricerche condotte su pazienti hanno delineato quelle che sembrano essere le
caratteristiche comunicative di un buon medico e odontoiatra.
Quello che emerge è che il buon medico si interessa alla situazione personale del
paziente, spiega precisamente quello che paziente vuole conoscere sui sintomi, la
malattia e dà informazioni complete al riguardo e si ricorda l’evoluzione della storia
del paziente. Il buon medico, quindi, non deve possedere unicamente le competenze
tecniche, ma anche quelle più vicine all’ascolto, all’attenzione alla condizione del
paziente e ai suoi possibili risvolti quotidiani ed emotivi.
Se volessimo stilare i punti per una buona comunicazione medico-paziente potremmo
così sintetizzarli:
• la comunicazione deve essere semplice;
• il paziente deve ricordare cosa gli è stato spiegato;
• parlare poco in maniera ordinata ed esplicita;
• porre attenzione alla narrazione del paziente;
• partendo dalla narrazione, porre domande specifiche;
• ascoltare le aspettative del paziente rispetto all’iter terapeutico.
In generale, è utile affrontare argomenti che aumentino le nostre possibilità di
comprendere le reali motivazioni al trattamento, sia per migliorare la compliance
alle cure sia per ridurre di molto il rischio di incomprensioni riguardo alle condizioni e
alle aspettative del paziente.
Se poi, invece che due minuti, ne servissero cinque, credo che in ogni caso varrebbe la
pena di spenderli!

Luigi Paglia

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