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La pulpotomia consiste nella rimozione di una quota di dentina vitale esposta accidentalmente – a seguito della rimozione di una carie o di un evento traumatico – con il fine di preservare il tessuto rimanente dalla degenerazione alla quale esso andrebbe verosimilmente incontro. La procedura trova impiego tipicamente nel caso di elementi decidui o di elementi permanenti non ancora del tutto formati.

Qualora in cui l’apice risulti maturo verrà attuata dunque in via temporanea, in vista del trattamento endodontico completo. Negli ultimi anni, tuttavia, in virtù dell’accresciuta conoscenza dei meccanismi biologici della polpa e della comparsa di materiali ad alta biocompatibilità, la pulpotomia ha trovato impiego anche sul dente maturo. I vantaggi del mantenimento della vitalità dentale sono notevoli, anche nel caso in cui si riesca a posticipare la devitalizzazione di un periodo giudicato clinicamente utile, ovvero nel medio-lungo termine. In questo senso, sarà importante riuscire a valutare l’outcome del trattamento e giudicare in che modo estendere il follow-up.

Come valutare l’esito di una pulpotomia

Il primo fondamentale dato è rappresentato proprio dal mantenimento della vitalità pulpare. L’indagine di base consiste naturalmente nella stimolazione neurale del dente per via termica o anche elettrica.
Va osservato come la vitalità non risulti sempre facilmente valutabile, soprattutto nei casi in cui si asportino quote considerevoli di tessuto pulpare. Anche la presenza di grossi restauri conservativi o protesici può rendere inefficace il test, soprattutto qualora questo preveda applicazione coronale.

In virtù delle considerazioni effettuate in precedenza, oggettivare la situazione biologica del tessuto pulpare su base esclusivamente clinica pare assai difficile. Anche in riferimento agli studi reperibili sulla tematica, l’odontoiatra potrà limitarsi a distinguere tra elementi vitali e necrotici, senza dimenticare comunque i possibili casi limite, meritevoli di ulteriore approfondimento.

In questo senso assume assoluta importanza l’indagine radiografica. Da questa si potranno ricavare difatti segni di necrosi – allargamento dello spazio parodontale, comparsa di radiotrasparenze periapicali – ma anche di altre condizioni, quale ad esempio il riassorbimento radicolare esterno. Al netto di un costo biologico contenuto, l’effettuazione di una radiografia endorale periapicale si presta tanto all’interpretazione clinica del successo della terapia quanto al follow-up del dente pulpotomizzato. Volendosi ricollegare agli aspetti biologici su cui si basa il trattamento, la formazione di un ponte di dentina in corrispondenza della zona trattata è naturalmente un fenomeno positivo, però non sempre evidenziabile. Il basso grado di mineralizzazione, almeno in fase iniziale, ne impedisce spesso il riconoscimento radiografico. Al contrario, l’obliterazione dello spazio endodontico radicolare può facilmente sottendere una condizione infiammatoria cronica a carico della polpa.

Un’ultima considerazione riguarda il periodo su cui distribuire il follow-up, che si concentrerà tanto sulla risposta pulpare quanto sulla tenuta del restauro. Autori suggeriscono un periodo di 6 mesi come adeguato in tale senso.

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