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La perimplantite costituisce ormai da alcuni anni uno degli argomenti di maggiore dibattito in tema di implantologia e in ambito odontoiatrico in generale a livello internazionale.
L’evidenza scientifica e il consenso sulla definizione dei caratteri eziopatogenetici e sui riferimenti clinici e terapeutici di questa patologia a carattere infiammatorio e distruttivo (può progressivamente condurre alla perdita delle riabilitazioni impianto-protesiche) sono in continuo aggiornamento.
A tale riguardo, è di recentissima pubblicazione (Journal of Oral Implantology) una “revisione di revisioni sistematiche“, condotta da Ting e colleghi presso la Temple University di Philadelphia, Pennsylvania, sulla tematica della perimplantite. Nella fattispecie gli Autori si proponevano di (1) indagare i dati di prevalenza, incidenza e rischio di perimplantite in condizione di salute o di patologia parodontale, (2) definire i fattori di rischio e gli elementi microbiologici associati alla patologia e (3) definire il più efficace approccio diagnostico e terapeutico disponibile.
L’indagine ha sondato le revisioni sistematiche e le metanalisi pubblicate nel periodo ottobre 1989 – ottobre 2016 e disponibili sulle principali banche dati biomediche (PubMed, Embase, Web of Science, Cochrane library, Google Scholar). Degli 83 full text considerati, 33 sono i lavori dai quali sono stati infine estratti i dati.
Un tasso di prevalenza di malattia più elevato è stato innanzitutto rilevato tra i pazienti implantari con abitudine al fumo e in quelli soggetti a pregressa parodontite; diversi lavori sottolineano però come la perimplantite riporti un profilo microbiologico complesso che tende a discostarsi almeno parzialmente da quello parodontale.
Per quanto riguarda la correlazione con malattie sistemiche, è stato stabilito un rischio maggiore di perimplantite sia in caso di diabete non controllato – in cui vengono riportati indici gengivali, sondaggi e tassi di perdita ossea più sfavorevoli – che in caso di malattie cardiovascolari.
La condizione è soggetta a livelli elevati di alcune specifiche citochine, con un ruolo modulatorio dell’infiammazione e della risposta immune. Il substrato implantare va anche considerato direttamente come superficie favorevole all’adesione batterica. Un dato microbiologico perculiare è rappresentato invece dalla prevalenza del virus di Epstein-Barr, il cui rischio di insediamento è 3 volte più elevato nel paziente con perimplantite.

Quale trattamento evidance based per la perimplantite?

Per quanto riguarda infine il trattamento (la cui revisione ha coinvolto un totale di 18 lavori), si conferma l’assenza di un protocollo univoco. La terapia non chirurgica – debridement manuale, con ultrasuoni, ad aria, applicazione topica di disinfettanti (clorexidina), antibiotici (somministrabili anche per via sistemica), laserterapia, host modulation therapy – si dimostra massimamente efficace nella rimozione degli irritanti locali ma non altrettanto nel trattamento dei difetti ossei. I parametri dei tessuti perimplantari possono essere migliorati dagli approcci chirurgici, che si basano concettualmente su quelli parodontali ma anche in questo caso con sviluppi autonomi. Sono disponibili anche protocolli operativi combinati chirurgici – non chirurgici.
In conclusione si faccia riferimento all’Autrice, che osserva come il paziente sia oggi ben inquadrabile e mantenibile, in riferimento ai fattori di rischi locali ma anche sistemici della perimplantite.
Riferimenti bibliografici

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