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Antonio Carrassi

È Antonio Carrassi, milanese, 58 anni, docente di Patologia Speciale Odontostomatologica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano. I momenti più significativi della sua formazione, il giudizio lucido e disincantato sul mondo universitario e le sue previsioni sul destino dell’odontoiatria.

Antonio Carrassi si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Milano, dove si è poi specializzato in Clinica Odontostomatologica e in Anatomia Patologica e Tecniche di Laboratorio. Due discipline che lo hanno aiutato molto, afferma, a comprendere il complesso mondo della Medicina orale. Tra i suoi maestri ci sono: Giorgio Vogel, docente e clinico di valore internazionale che ha fatto nascere e sviluppare insieme a Umberto Bar la parodontologia in Italia, Alan Boyde, uno dei maggiori esperti mondiali di fisiopatologia dei tessuti mineralizzati, e Leandro Gennari, chirurgo addominale a cui deve importantissimi insegnamenti. «Mi ha insegnato», racconta, «che al centro dell’attività di un medico devono essere sempre posti, prima di ogni altra cosa, il rispetto e la tutela della salute del paziente; che i deboli vanno compresi e protetti, e che la nostra aggressività e arroganza, se mai ne avessimo, vanno riservate ai potenti e ai prepotenti». Dal 1980 al 1990 ha operato presso la Clinica Odontoiatrica dell’ospedale San Paolo di Milano, prima come assistente, poi come aiuto dell’Unità Operativa di Odontostomatologia diretta dal prof. Giorgio Vogel. In quegli anni, tra il 1982 e il 1983, è stato ricercatore presso il Dipartimento di Anatomia della University College di Londra, diretto dal professor Alan Boyde. Nel 1990 è divenuto Professore di Prima Fascia di Patologia Speciale Odontostomatologia all’Università di Bologna, dove ha insegnato sino al 1994. Nello stesso anno è stato trasferito all’Università degli Studi di Milano dove, tuttora, opera nella Facoltà di Medicina e Chirurgia. È stato Presidente dell’European Association for Dental Education, dell’European Association of Oral Medicine e della Società Italiana di Parodontologia. Membro dell’Editorial Board di Oral Health and Preventive Dentistry e del Journal of Applied Biomaterials, è referee per Oral Diseases, Oral Oncology, Journal of Clinical Periodontology, Journal of Periodontal Research.  È Direttore Scientifico di Minerva Stomatologica e di Dental Clinics. I suoi interessi professionali riguardano prevalentemente le malattie delle mucose orali e la parodontologia.

Professor Carrassi, qual è il ruolo di un professore universitario?

Si tratta di un’attività molto particolare e complessa. Un professore di discipline cliniche dovrebbe innanzitutto essere, a mio avviso, un clinico eccellente nel proprio settore. Dovrebbe essere capace di trasmettere ai propri studenti in modo critico le conoscenze scientifiche più attuali e la consapevolezza della necessità di un costante aggiornamento professionale. Un docente dovrebbe essere anche un ricercatore e un entusiasta e bravo comunicatore. Il professore universitario dovrebbe poi possedere una riconosciuta notorietà, nazionale e internazionale. Essere un leader, un punto di riferimento per i propri studenti e i propri colleghi.

Un compito tutt’altro che semplice…

Certo, ma esserlo comporta anche molti vantaggi: vivere costantemente a contatto con i giovani in un ambiente stimolante, vederli progredire culturalmente e professionalmente e contribuire allo sviluppo delle conoscenze scientifiche. Elementi a mio avviso straordinari. Nel mio caso poi ho avuto la soddisfazione e il piacere di aver visto crescere intorno a me e alla Medicina orale, la disciplina che insegno, alcuni giovani, prima miei studenti, poi miei collaboratori e ora colleghi che hanno acquisito grandi capacità cliniche, scientifiche e didattiche e che sempre più spesso… mi bagnano il naso.

Con quali strumenti didattici è possibile raggiungere questi obiettivi? 

Per prima cosa credo dovremmo aver ben presente che senza gli studenti non ci sarebbero i professori. Buona parte dei nostri sforzi andrebbe indirizzata alla promozione di una didattica aggiornata, interattiva, non centrata sulle esigenze del professore, ma su quelle dello studente. Va però sottolineato che oggigiorno le performance dei professori in campo didattico sono assolutamente ininfluenti sugli avanzamenti di carriera. Questo crea dei problemi. Se l’impegno che un professore profonde sulla didattica non viene riconosciuto, lo stimolo decade e il docente è portato a dedicare più attenzione alle attività di ricerca, che più frequentemente stanno alla base delle progressioni. Personalmente amo insegnare e cerco di stare accanto ai miei studenti. Insieme ai professori Sardella e Lodi, abbiamo da anni implementato un corso di Medicina Orale centrato sulle tecniche didattiche interattive e sulla medicina basata sulle prove di efficacia. Abbiamo realizzato un sito Web interattivo, appunto, che affianca il corso: pensiamo possa essere uno strumento molto utile ai nostri studenti. La didattica è una tematica che mi ha sempre affascinato. L’European Association for Dental Education, di cui ho avuto il privilegio di essere stato presidente, ha portato risultati straordinari in questo versante. Risultati con i quali sarebbe utile confrontarsi, promuovendo per i docenti e gli studenti una visione della formazione dell’odontoiatra maggiormente basata sulla cooperazione internazionale. È comunque un momento difficile questo per l’Università, colmo di problemi.

Qual è, a suo avviso, quello più importante? 

Il D.L. 112, pone l’Università in una condizione di rischio per la sua sopravvivenza. I tagli sono così consistenti che sarà difficile governare appropriatamente i percorsi formativi. Durante gli ultimi 15-20 anni l’Università ha perso buona parte della sua visibilità e del rispetto che i cittadini hanno riposto in passato in essa. Sono state riempite pagine di quotidiani e di settimanali non con quanto di oggettivamente buono viene fatto, ma con quanto di altrettanto oggettivamente dequalificante è stato fatto. Penso agli scandali, allo spreco di risorse legato all’apertura di nuovi Atenei che non servono tanto al Paese quanto alla visibilità locale che può derivarne. Penso alle vicende di nepotismo, ai concorsi che non sempre premiano i migliori. L’università ha bisogno di una grande riforma. E il provvedimento in assoluto più importante e più disatteso di cui necessiterebbe, riguarda la riforma delle modalità di reclutamento dei docenti. Un altro problema riguarda la distribuzione delle risorse che attualmente non tiene conto dei livelli qualitativi raggiunti da ciascun ateneo. Il rischio è di livellare il sistema verso il basso, senza tener conto del merito e dell’impegno di ciascuno. Chi ha fatto bene va premiato, chi non ha fatto altrettanto bene non può avere le stesse risorse.

Cosa ne pensa dell’introduzione del VI anno previsto nel nuovo corso di laurea in Odontoiatria?

Si tratta di un’iniziativa che mi trova abbastanza scettico, anche se è noto che il sesto anno è già adottato in qualche altro Paese, non molti per la verità. L’introduzione del sesto anno per i giovani significa entrare nel mondo del lavoro un anno più tardi: ritengo che questo sia controcorrente rispetto agli atti compiuti dal nostro Paese dopo la Dichiarazione di Bologna. Credo poi che l’introduzione del sesto anno, se venisse applicata con rigore, metterebbe in crisi diversi corsi di laurea che penso non abbiano riuniti e risorse tali da consentire di moltiplicare nella propria sede le attività cliniche. Ritengo che i problemi principali siano altri e penso che su di essi andrebbe aperta in futuro una riflessione. Mi domando, per esempio, se siano ottimali la distribuzione e il numero dei corsi di laurea in odontoiatria nel nostro Paese. Nazioni europee con un numero di abitanti simile al nostro hanno molto meno della metà dei corsi di laurea presenti in Italia. Una maggiore concentrazione di risorse consentirebbe di creare Dental School con più docenti, con più spazi clinici, più aule e laboratori, più studenti: sarebbe una realtà maggiormente competitiva e in armonia con quanto avviene negli altri Paesi europei. La mia sensazione è che qualche corso di laurea sia nato più per un desiderio di visibilità locale che per una reale e comune necessità.

Dove sta andando l’odontoiatria o verso quali mete dovrebbe indirizzarsi?

L’odontoiatria occupa un ruolo chiave nella filiera della salute. Credo sia giunto davvero il momento di passare da un’odontoiatria prevalentemente legata ai trattamenti, a un’odontoiatria preventiva: non solo nella professione, ma anche nella formazione universitaria. L’odontoiatra dovrebbe acquisire più consapevolezza del ruolo chiave che può avere nella tutela della salute del paziente. È necessario cambiare mentalità. È finito il tempo in cui si proponevano semplicemente un’otturazione o un ponte: oggi più che mai dovremmo mirare alla prevenzione e occuparci più in generale della salute del cavo orale e del benessere del paziente, anche attraverso la promozione di stili di vita corretti.

Che ruolo svolgerà l’odontoiatria pubblica nella prevenzione e nella cura delle patologie del cavo orale?

Le cure odontoiatriche dovrebbero essere erogate dal SSN a tutti i cittadini, ma lo Stato non dispone di fondi sufficienti: non credo che le cose possano cambiare. Dobbiamo puntare maggiormente sull’educazione sanitaria e sulla prevenzione, riattivando le collaborazioni tra la scuola e il Sistema Sanitario Nazionale. I nostri bambini, i nostri giovani devono crescere sapendo che gli stili di vita corretti sono il viatico più importante per la prevenzione delle principali malattie croniche. L’odontoiatra in questo settore può svolgere un ruolo chiave.

Dunque, continuerà a ricadere prevalentemente sull’odontoiatria privata la cura del cavo orale? 

Sì, e l’odontoiatra dovrà giocare bene il proprio ruolo. Perché accanto al counseling sull’igiene orale, per esempio, non proporre anche interventi di prevenzione sui rischi legati al fumo e all’obesità? Si tratta di fattori di rischio comuni a molte malattie croniche e sono ben note le correlazioni fra alcune malattie del cavo orale e altre patologie, come per esempio il diabete e le malattie cardiovascolari.

La prevenzione rappresenta un’occasione per l’odontoiatra…

È un biglietto da visita importante. Come paziente sono lieto quando le persone si prendono cura della mia salute, dandomi suggerimenti utili. I pazienti si aspettano che lo studio fornisca igiene, informazioni, prevenzione e comunicazione.

Quale altro consiglio darebbe all’odontoiatra che opera nel proprio studio professionale?

Oggi la gestione di uno studio odontoiatrico rappresenta una quota significativa della nostra attività, molto più importante rispetto al passato. Un tempo l’attività dell’odontoiatra coincideva con il numero di ore trascorse al riunito. Oggigiorno la situazione è cambiata: ogni cento ore di lavoro, grosso modo quaranta possano essere destinate alla gestione dello studio, trenta alla prevenzione e solo le restanti ore all’attività di poltrona. Sta cambiando il contesto in cui opera l’odontoiatra…

Anche lo studio sta subendo una trasformazione…

La qualità viene spesso data per scontata dai pazienti, anche se ovviamente non lo è. Il nostro studio deve fornire sempre più servizi e informazioni. L’informatica e gli strumenti multimediali per comunicare con il paziente sono al centro dell’interesse dell’odontoiatra proiettato verso il futuro.

Ci si sta preparando dunque a una nuova era?

Credo di sì, l’odontoiatria è pronta per una nuova missione. Anche dal punto di vista organizzativo si stanno delineando nuovi scenari. Gli studi monoprofessionali avranno vita sempre più dura, visti gli alti costi di gestione cui sono assoggettati. Nei prossimi dieci anni assisteremo allo sviluppo di un nuovo modo di praticare l’odontoiatria: saranno più frequenti le collaborazioni tra professionisti in grandi studi associati, nasceranno nuove forme societarie e comparirà in modo sempre più invasivo e ingombrante la figura del terzo pagante.

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